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Violenza sulle donne: pregiudizi, falsi miti e soluzioni

La violenza sulle donne è una tematica oggi molto attuale e terribili episodi di cronaca riempiono le pagine dei quotidiani ed i palinsesti televisivi, destando la nostra attenzione ed il nostro allarme. In realtà, il fenomeno non è nuovo né costituisce una “emergenza”, ma chi lo studia da tempo sa che è un dato strutturale, che fa parte della nostra società e della nostra cultura e si mantiene costante nel tempo, purtroppo ad un livello molto alto di diffusione e gravità.

E’ sicuramente positivo parlarne e mantenere alta la soglia di attenzione, ma questa attenzione non deve corrispondere alla moda giornalistica del momento, bensì portare ad una riflessione profonda sulle vere cause della violenza di genere e sulle possibilità che abbiamo per prevenirla e contrastarla.

 La violenza e gli stereotipi di genere

La violenza di genere è qualunque forma di discriminazione, prevaricazione e violenza che si esercita su una persona o un gruppo di persone in base al loro genere di appartenenza. Riguarda principalmente le donne, ma più in generale chiunque non si conformi alle norme e ruoli di genere predominanti, cioè le regole non scritte, ma ampiamente condivise, su come debbano essere e comportarsi un uomo e una donna (dunque omosessuali, transgender, ecc).

 

Queste regole non scritte su cosa vuol dire essere uomini e donne sono i cosiddetti stereotipi di genere. Qualche esempio: gli uomini sono forti, le donne sono sensibili, i ragazzi sono portati per le materie scientifiche, alle ragazze piace la danza, i veri uomini non piangono, le vere donne sono delle cuoche perfette, gli uomini hanno pulsioni sessuali incontrollabili, le donne sono tenere e romantiche, ecc.

Questi stereotipi descrivono una presunta realtà e prescrivono determinati comportamenti per adeguarci ad essa. Ne siamo immersi fin dalla nascita, quindi ci convinciamo che in effetti le cose debbano essere proprio così. Così ce le descrivono le favole, la letteratura e perfino i libri di scuola, dove è evidente che la Storia sia stata fatta dagli uomini, mentre le donne sono relegate in un ruolo marginale.

Il linguaggio

Anche il linguaggio, come sempre, fa la sua parte, in quanto le parole sono i “mattoncini” che costruiscono i pensieri, sulla base dei quali si sviluppano i propri atteggiamenti e comportamenti.

I maschi si offendono a vicenda dandosi della “femminuccia”, se si vuole fare un complimento ad una donna si dice che “ha le palle” (sigh!) e si perde il contro delle espressioni atte a qualificare in modo dispregiativo una donna come “facile”.

Bartezzaghi ha stilato un lungo elenco umoristico di parole che riferite ad un uomo hanno un significato positivo o neutro, ma riferite ad una donna significano semplicemente “prostituta”. Per citarne alcuni: cortigiano (uomo di corte), uomo di strada (uomo del popolo), uomo pubblico (uomo in vista), uomo facile (senza pretese), intrattenitore (abile conversatore), uomo disponibile (gentile e premuroso), uomo allegro (buontempone). Rivolgendo tutto al femminile, l’unico significato possibile è “poco di buono”!

Inoltre, pensiamo a come siano poco usate le forme femminili di alcuni nome di professioni prestigiose: ministra, avvocata, ingegnera, ecc. Anche se l’Accademia della Crusca si è pronunciata a favore del loro utilizzo, faticano ancora ad entrare nel linguaggio quotidiano.

Rappresentazioni del femminile nei media

Un velo pietoso dobbiamo stendere sulla immagine femminile nei media italiani, che tendono costantemente a rappresentare la donna o legata alle sua funzioni di madre, moglie, casalinga o a ridurla ad un oggetto erotico e sessuale.

Basta guardare qualsiasi programma destinato al grande pubblico, con la donna nel ruolo di soubrette, o analizzare le pubblicità che, da un lato, utilizzano il corpo femminile per vendere prodotti e, dall’altro, rappresentano modelli familiari di altri tempi, in cui alla donna sono delegati in toto il lavoro domestico, la cura della casa e dei figli.

Questo non significa che non ci siano in assoluto altre rappresentazioni delle donne, ma che questo modello di moglie/madre o oggetto erotico occupa il maggiore spazio, con i prevedibili effetti sulla mentalità dei bambini e delle bambine che acquisiscono così implicitamente informazioni e modelli distorti sul proprio ruolo di genere.

Inoltre, quando si parla di violenza nella coppia, spesso i media accostano amore, possessività e gelosia, incentivando una cultura del possesso che ha veramente poco a che fare con l’amore e con il rispetto.

Stereotipi, discriminazioni e violenza

Dagli stereotipi alla violenza il passo può sembrare immenso, ma in realtà tanto grande non è. Infatti, gli stereotipi sono alla base delle piccole e grandi discriminazioni che le donne,e  non solo, subiscono nella nostra società.

Sappiamo che in Italia le donne si fanno carico della stragrande maggioranza del lavoro domestico, della cura dei figli e delle persone anziane. Sappiamo che hanno un indice di disoccupazione e inoccupazione più elevato rispetto agli uomini e, se lavorano, a parità di ruolo guadagnano meno dei colleghi maschi e fanno meno carriera. Sappiamo che sono meno rappresentate nelle istituzioni e nei centri di potere, come i consigli di amministrazione aziendali o le cattedre universitarie. Il 70% delle donne italiane dichiara di faticare a conciliare famiglia e lavoro (dati Istat*). Un’elevata percentuale non ha una indipendenza economica né una sua autonomia.

Fino ad anni relativamente recenti, la legge italiana prevedeva istituti come il “matrimonio riparatore” (l’annullamento del reato di  stupro nel caso si sposasse la vittima) e il “delitto d’onore” (l’attenuante nel caso un reato venisse compiuto per salvaguardare la propria reputazione). Si parlava di “patria potestà”invece che di potestà genitoriale (era il padre il capo famiglia responsabile dell’educazione dei figli). Fino al 1996, la violenza sessuale era considerato un “delitto contro la morale” e non contro la persona.

In questo contesto va inquadrato il fenomeno della violenza sulle donne, che spesso trova nella pubblica opinione le più diverse “giustificazioni“. Così, se gli aggressori sono sconosciuti, ci si chiede perché la donna non sia stata più prudente, se sono conoscenti, ci si chiede se li abbia provocati, se sono fidanzati o mariti, si invoca l’eccessivo amore, la gelosia o il raptus di follia!

 I numeri della violenza

Questi numeri sono allarmanti e ci aiutano a fare chiarezza sul fenomeno ed anche a sfatare alcuni miti.

Secondo fonti ufficiali (dati Istat*), in Italia 1 su 3 donne è stata vittima della violenza maschile. Sono ben il 96% le donne che subiscono violenza senza denunciarla per paura di ritorsioni.  8 su 10 sono state  aggredita tra le mura domestiche. Le violenze da parte di sconosciuti sono circa il 25%, contro il 75% circa di violenze da parte di familiari o conoscenti. Il 70% degli stupri sono attuati dal partner.

La violenza sulle donne non ha colore né ceto sociale: la maggior parte delle donne maltrattate ha titoli medio-alti, come medio è il reddito della maggior parte dei maltrattatori, anche perché molte violenze nei ceti medio-bassi rimangono sommerse. Le aggressioni si consumano prevalentemente in famiglia o in contesti legati alla quotidianità della persona, come la rete di amicizie o l’ambiente lavorativo.

Perché le donne non denunciano

Il fatto che la maggior parte delle violenze si consumino nel contesto quotidiano di vita della donna rende difficile la loro denuncia. Frequentemente la donna si sente in colpa, ha timore di rivolgersi alle autorità, ha paura di essere colpevolizzata e stigmatizzata dal suo stesso ambiente, come spesso purtroppo succede.

Quando le violenze avvengono in famiglia, può non essere pienamente consapevole della consistenza penale delle azioni subite (ad esempio, se subisce violenza psicologica, fisica o sessuale dal coniuge). Soprattutto, può non sapere dove andare e come vivere dopo la separazione, non avendo un’indipendenza economica, abitativa o psicologica. In ogni caso, può avere paura di ritorsioni ed ulteriori violenze, fino a temere per la propria vita o per quella dei figli.

Il risvolto psicologico della violenza domestica

Dal punto di vista psicologico, la donna stessa o il suo ambiente possono tendere a giustificare il partner violento, ritenendolo “molto innamorato”, “geloso” o “passionale”, in linea con il clima culturale che giustifica possessività e gelosia come sfaccettature dell’amore.

La donna può vergognarsi nel parlare delle violenze subite, perché si sente in qualche modo responsabile o non vuole distruggere l’apparenza di normalità della sua vita familiare. Spesso, si illude che le cose possano cambiare, magari migliorando il proprio comportamento.

In realtà, la violenza è un circolo che si autoalimenta: a volte l’uomo violento, dopo l’aggressione, si sente in colpa e promette di cambiare. Inizia una fase di “luna di miele”, in cui riempie la compagna di attenzioni e gentilezze. Pian piano il senso di colpa svanisce, l’uomo ha recuperato il potere ed il controllo ed è pronto ad una nuova esplosione di violenza, che scatterà al minimo pretesto.

Cosa fare per prevenire e combattere la violenza di genere

La violenza di genere si combatte innanzitutto sul piano culturale. Nelle scuole di ogni ordine e grado si deve insegnare ai ragazzi cosa siano gli stereotipi di genere e come influenzino la nostra vita in negativo, sia quella degli uomini che delle donne.

Si deve insegnare che le persone hanno loro caratteristiche e peculiarità che prescindono dal sesso di appartenenza, che hanno il diritto di scegliere i giochi e gli sport preferiti, di seguire le loro inclinazioni e passioni, di scegliere qualunque campo di studi o lavorativo, di amare chi vogliono.

Si deve educare alle emozioni ed alla sessualità, insegnando che il sesso con un’altra persona non può mai prescindere da un valido e consapevole consenso e che l’amore è innanzitutto libertà e rispetto reciproco e nulla ha a che fare con il possesso e l’esercizio di potere.

Si deve insegnare che uomini e donne hanno pari diritti, doveri e dignità e devono condividere le responsabilità della vita familiare, lavorativa e sociale, affinché le pari opportunità non rimangano una possibilità teorica, ma siano la normalità del nostro domani.

Fonti: Indagine Istat (2006), Sicurezza delle donne; Istituto Regionale di Ricerca della Lombardia (2009), La violenza sulle donne.

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