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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

Molestie sessuali: una questione di sesso o di potere?

Quando parliamo di molestie sessuali da parte di figure potenti nei confronti di persone a loro subordinate, dal punto di vista sociale o lavorativo, stiamo parlando del potere e delle sue distorsioni.

Nella natura stessa del potere è insita la possibilità della sua corruzione: chi è potente può vessare gli altri, attraverso la sottomissione fisica, sessuale o psicologica.

Il punto non è il sesso. È indifferente, in questo senso, se la sottomissione sia di natura sessuale o meno, perché quello che sta facendo il potente è abusare della propria influenza per un tornaconto personale, e in definitiva per riaffermare la propria predominanza e godere di tutti i vantaggi che ne può trarre.

Il punto non è neppure il genere, anche se statisticamente sono molto più frequenti le molestie da parte di uomini ai danni di donne (o altri uomini). Ma questo proprio perché, nella nostra società, gli uomini occupano maggiormente le posizioni di potere.

I confini della violenza

La violenza sessuale, da codice penale, non si esercita solo attraverso la prevaricazione fisica, ma anche attraverso il ricatto, la minaccia, la manipolazione, la coercizione psicologica. Da questo punto di vista, bisogna stare molto attenti a non minimizzare, perché la persona abusata realmente non può, non è in grado di reagire a tale prevaricazione. Ma il mio discorso qui vuole essere puramente psicologico, tralasciando ogni tipo d’implicazione legale.

La qualità a volte subdola della prevaricazione sessuale fa scattare i dubbi prima di tutto nella mente della vittima, che successivamente si colpevolizza per non aver saputo reagire: proprio perché non era in pericolo immediato ed evidente dal punto di vista fisico, pensa che avrebbe potuto e dovuto fare qualcosa. Si sente corresponsabile, come spesso tende a giudicarla l’ambiente intorno a lei. Perché sei andata? Perché ti sei prestata? Perché non ti sei difesa?

Premesso che l’ingenuità ed anche l’imprudenza non sono un reato, mentre la molestia e lo stupro lo sono, vediamo perché spesso le vittime non riescono a reagire.

Il rapporto con il potere

Quando si davanti a una persona potente, soprattutto se si è giovani, inesperti, emotivamente più fragili, si ha una sorta di riverenza, di ossequioso rispetto, perfino di timore. Se poi dall’incontro dipende il nostro futuro, la carriera professionale, siamo speranzosi, emozionati, affascinati, talvolta spaventati.

Per reagire, prima di tutto, bisogna essere consapevoli di ciò che accade: in una situazione ambigua, in divenire, spesso non si ha la lucidità di rendersi perfettamente conto di ciò che succede. L’emozione confonde le idee, la vittima prova disagio o paura di fronte a una situazione che non sa decifrare. Si chiede se sta interpretando bene le cose, se l’altro abbia o meno varcato un confine.

Quando viviamo un’esperienza carica di pathos emotivo, come anche un esame o un colloquio di lavoro, per la sua durata spesso non ci rendiamo esattamente conto di come stiano andando le cose, perché viene meno la nostra capacità di distaccarci e guardare la vicenda dall’esterno. Perdiamo di lucidità, tanto che comunemente, se c’è qualcuno che sta assistendo alla situazione, al termine della prestazione chiediamo “com’è andata?”. Non solo per avere la sua opinione, ma anche perché siamo confusi rispetto a quello che abbiamo vissuto.

Lo stesso, a maggior ragione, può capitare in caso di molestie: la paura ci assale e solo a posteriori riusciamo a ragionare su cosa sia accaduto. Molte persone, anche dopo averci pensato, non sono sicure di come siano andate realmente le cose e dove siano le responsabilità.

La confusione e la colpa

Il primo danno, in queste situazioni, è proprio la confusione: spesso questi predatori sono bravissimi a confondere le acque, mandare messaggi ambigui, manipolare, sempre pronti a “cadere dalle nuvole”, spacciarsi loro stessi per vittime, ricattare emotivamente prima ancora che materialmente.

Ci sentiamo responsabili, pensiamo di non essere riusciti noi a gestire la situazione. Siamo stati accondiscendenti? Abbiamo provocato il nostro aggressore? Perché non abbiamo detto questo o fatto quello? Ma ciò è proprio a causa del fatto di essere stati vittime di un abuso, che ci ha privato della nostra libertà di azione e della nostra capacità decisionale, attraverso una paralisi emotiva e psicologica.

Infatti, un comunissimo meccanismo di difesa di fronte alla violenza è quello del freezing, o congelamento. Si tratta di una vera e propria paralisi psichica di fronte alla percezione di una minaccia, che ci impedisce di reagire o di farlo in modo appropriato.

L’iperattivazione emotiva che sempre accompagna, in modo anche silente, questa condizione di “stallo” disattiva poi le capacità di pensiero: da questo deriva il disorientamento, i ricordi confusi, talvolta l’impossibilità di ricostruire in modo chiaro gli eventi.

I contesti della violenza

Parlando delle violenze, non mi riferisco certo solo all’uomo (o alla donna) di spettacolo, ma al professore, all’insegnante, al politico, al datore di lavoro, all’istruttore, al prete, al parente, al genitore, a chiunque abusi della sua forza, della sua supremazia psicologica, nei confronti di una persona a lui subordinata per età, condizione psichica, status sociale.

Il sesso non c’entra: a volte i predatori sessuali si giustificano affermando di essere “dipendenti dal sesso”. Non esiste in psichiatria tale diagnosi. Esiste sicuramente la dipendenza da comportamenti compulsivi, tra cui quelli sessuali. Quindi, una persona “sesso-dipendente”, a livello comportamentale (e non psichiatrico), può sicuramente avere una vita sessuale disordinata e promiscua, collezionare molti partner, conquistandoli o pagandoli. Ma questo non c’entra niente con le molestie o con lo stupro.

Quando c’è l’abuso sessuale, c’è sempre la deliberata affermazione del proprio dominio a discapito dell’altro, che viene oggettualizzato, cioè ridotto a cosa, di cui viene negata l’umanità, la soggettività, la possibilità di scelta.

Le persone che abusano del proprio potere per sottomettere gli altri sono persone che non hanno rispetto, umanità, capacità di empatia. Consapevolmente scelgono il male dell’altro perché li fa sentire bene.

La dinamica della sottomissione 

Purtroppo la deferenza, la sottomissione alla persona potente ci viene insegnata fin da piccoli: comportati bene con tal dei tali, quella persona può aiutarti, sii gentile, mostrati accondiscendente, puoi guadagnarci qualcosa. Certo, è normale insegnare ai nostri figli l’educazione e il rispetto, ma questo deve prescindere dal ruolo.

Troppo spesso, invece gli insegniamo, anche con il nostro esempio, a essere arroganti con i più deboli e sottomessi con i più forti, a rispettare l’autorità più che la persona, a obbedire senza fare domande “perché lo dico io”, mentre dovremmo insegnargli a pensare con la loro testa, a rispettare gli altri e a farsi rispettare sempre, perché siamo persone, esseri umani, prima che insegnanti, catechisti, maestri, capi ufficio.

E’ chiaro che ognuno ha il proprio ruolo e questo va rispettato, ma le normali gerarchie che garantiscono il funzionamento delle organizzazioni umane (famiglia, scuola, azienda) in nessun modo autorizzano a travalicare le norme del rispetto dell’altro e dei suoi diritti.

La vittima può sempre difendersi?

Molestie, bullismo, mobbing hanno la stessa struttura: hanno a che fare con le dinamiche relazionali causate da uno squilibrio di potere: da una parte abbiamo una persona più forte, per personalità, prestanza fisica o status. Dall’altra abbiamo una persona più debole, più fragile psicologicamente, meno forte fisicamente, in una condizione d’inferiorità dal punto di vista sociale o gerarchico. La persona più forte abusa del proprio potere per sottomettere e umiliare l’altra, per costringerla a fare qualcosa che non vuole, per ottenere dei vantaggi in termini psicologici o materiali.

Se la vittima non si difende, o non riesce a farlo in maniera efficace, è proprio a causa di questo squilibrio di potere, quindi fa parte della dinamica della violenza, non è una sua colpa. Siamo sempre pronti a dire “ io al suo posto avrei fatto così”, ma il punto è che bisognava trovarcisi al suo posto, in quelle condizioni, o comunque renderci conto che non dobbiamo per forza essere sempre forti, capaci, preparati, reattivi.

Se fossimo tutti in grado di difenderci da soli non esisterebbero le leggi e le regole del vivere sociale.  A volte, questo meccanismo di colpevolizzazione della vittima, quando non è in mala fede, può derivare da una difesa psicologica contro la possibilità di ammetter che tutti siamo potenziali vittime del potere altrui e non siamo così al sicuro come vorremmo credere. Purtroppo la vita è anche questo, in tutta la sua brutalità.

Riconoscere la violenza e reagire ai soprusi

Se qualcuno ci umilia, ci fa sentire impotenti, ci costringe ad agire come non vorremo, e peggio ancora a vergognarci di noi stessi, dobbiamo reagire. Ma soprattutto dobbiamo avere la sicurezza che l’ambiente intorno a noi ci aiuterà, facendo scudo intorno a noi e non intorno al “potente” di turno.

Mentre insegniamo ai nostri figli a riconoscere i soprusi e a ribellarsi, dobbiamo insegnargli anche a non voltarsi dall’altra parte quando le ingiustizie riguardano gli altri. Troppo spesso, negli episodi più o meno gravi di molestie o bullismo, molti sapevano ma non hanno fatto nulla, per interesse o peggio per pigrizia, per “quieto vivere”.

Dobbiamo imparare a riconoscere la violenza, prevenirla e far scattare degli immediati meccanismi di tutela. Questo richiede un capillare lavoro a livello educativo, sociale, legale. E’ inutile indignarsi a fatti avvenuti o discutere all’infinito sulla veridicità e sui dettagli delle singole situazioni, senza contestualizzare i fatti e ampliare l’orizzonte. Un’azione sistematica di prevenzione e contrasto alla violenza in tutte le sue manifestazioni, non può prescindere da una profonda riflessione sul potere e sulle sue perversioni.