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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

Bambini “difficili”, genitori disperati

L’origine di molti problemi tra genitori e figli e di diversi sintomi psicologici e comportamentali nei bambini.

Essere genitori: tra dono e trauma

La nascita di un figlio è per ogni genitore un trauma, anche se un “buon trauma”, nel senso che la propria vita, ma soprattutto la propria psiche, vanno incontro ad una profonda disorganizzazione e riorganizzazione.

La sfida che i genitori hanno davanti non è tanto, e solo, quella di riorganizzare materialmente la propria vita, quanto quella di riorganizzare il proprio mondo interno, che deve riassestarsi su un nuovo equilibrio.

Le aspettative inconsce: un eredità per il nuovo nato

La nascita di un bambino comporta per ogni genitore la mobilitazione di emozioni profonde legate al proprio mondo affettivo, alle esperienze infantili, alla percezione di sé: ogni neonato è portatore di speranze, aspettative, richieste inconsapevoli, non solo da parte dei genitori, ma anche della famiglia allargata, poiché si inserisce in una storia che va avanti da generazioni, in entrambi i rami familiari (materno e paterno).

La missione del figlio è sia quella di garantire un senso di continuità al genitore, ed alla famiglia intera, che grazie a lui “rinasce” e si proietta in un futuro al di là della morte, sia quella di riparare le mancanze e i traumi del passato.

Nessuno di noi ha avuto una vita perfetta, è stato amato esattamente come ne avrebbe avuto bisogno, ha realizzato tutte le proprie aspirazioni, poiché è umanamente impossibile. Questo mondo di speranze, progetti, ferite, verrà passato in eredità al nuovo nato. La “pesantezza” di tale eredità farà la differenza tra un bagaglio sostenibile, e in qualche modo stimolante, e una violenza, tra le più comuni che i genitori fanno ai figli.

Sarai la parte migliore di me, guarirai le mie ferite

Ogni genitore compie sul figlio un investimento narcisistico, cioè investe inconsapevolmente il bambino con le proprie aspettative, i propri desideri, le rivendicazioni di privilegi un tempo abbandonati: mio figlio avrà una vita migliore, avrà tutto quello che io non ha avuto!

Questo è inevitabile, anzi è alla base del legame speciale che lega genitori e figli, ma quando i genitori hanno un equilibrio fragile e troppi vuoti da colmare, il loro amore diventa gravoso, spietato.

Il genitore avrà difficoltà a riconoscere il bambino reale, nel suo essere persona separata ed autonoma, e lo vivrà come un prolungamento narcisistico: gli darà tutto quello che lui stesso ha sempre desiderato, più che quello di cui il bambino ha bisogno, gli chiederà di soddisfare le proprie esigenze, più che aiutarlo a trovare se stesso.

Il genitore che non ha elaborato le ferite ed i traumi infantili, o che vive circostanze attuali che hanno riattivato le sue fragilità individuali, chiederà inconsapevolmente al figlio di riparare tali danni: il bambino dovrà essere “bravo” per farlo sentire un genitore capace, dovrà dargli l’amore e le soddisfazioni di cui ha bisogno, altrimenti susciterà in lui delusione e rancore.

Chiaramente, il genitore non farò questo consapevolmente e volontariamente, ma perfettamente in buona fede, cercando di fare il meglio per suo figlio.

Sua Maestà il Bambino, Sua Maestà il Tiranno

Un terreno in cui si manifestano molte problematiche legate alle ferite narcisistiche e ai bisogni riparativi è quello dell’autorità genitoriale: pensiamo ai genitori incapaci di mettere limiti a “Sua Maestà il Bambino”, proiezione del loro lato infantile e ferito che rivendica privilegi e risarcimenti, oppure che pongono limiti crudelmente, uscendo loro stessi dai limiti, perché il bimbo, con i suoi capricci e le sue sfide, li attacca nel sentimento di essere buoni genitori, mettendo sale sulle loro ferite.

Chiaramente, il limite non presenta lo stesso significato e valore se è offerto al bambino per crescere, tollerando la sua rabbia e il suo risentimento, o se è dato per il genitore, affinché egli sia tranquillo e non si turbi. In questo secondo caso, non è il genitore a contenere le emozioni e le pulsioni del bambino, ma è il bimbo che deve contenere il genitore, non farlo arrabbiare. Abbiamo cioè una inversione di ruolo.

Un adulto che abbia avuto con i propri genitori relazioni insoddisfacenti e che non abbia affrontato ed elaborato tale ferita, chiederà al figlio, sempre inconsapevolmente, di prendersi cura di lui, dandogli l’amore che non ha avuto, e reagirà con rabbia di fronte ai suoi comportamenti inadeguati, vivendolo come cattivo e persecutore. Reagirà con ostilità anche ai suoi tentativi di autonomia, che vivrà come un abbandono. E così il bambino, al tempo stesso adeguandosi e ribellandosi alle aspettative genitoriali, diventerà “Sua Maestà il Tiranno”.

La profezia che si autoavvera

Un genitore che, a livello inconscio e fantasmatico, viva il figlio come deludente o persecutore, e se stesso come inadeguato, metterà in atto una comunicazione paradossale: da una parte, chiederà a parole determinate cose, dall’altra, attraverso i comportamenti non verbali, spingerà il bimbo verso il comportamento temuto. Così la profezia inconscia del genitore (questo bambino è “cattivo”, non è in grado di comportarsi bene) diventa la realtà.

Il bambino, preso in trappola, risponderà attraverso la produzione di sintomi, che sono la testimonianza di una trasmissione inconscia, ma anche una difesa e una ribellione verso tale trasmissione.

Bando al sentimentalismo: l’amore è ambivalenza!

Ogni genitore nutre verso il figlio sentimenti ambivalenti, che comprendono l’amore, la tenerezza, il fastidio, la frustrazione. Questo emerge nei giochi di punzecchiatura, di inseguimenti, di morsi (il leone che divora il bambino), nei soprannomi (ranocchio, mostriciattolo), nelle filastrocche (l’uomo nero che tiene un anno intero, la maestra che butta dalla finestra), che servono appunto per legare e amalgamare l’amore con l’aggressività.

Tutto questo è sano, perché ogni relazione d’amore è profondamente ambivalente, da qui il suo potenziale creativo, la sua vitalità. Sono guai quando un genitore non può ammettere di provare emozioni negative nei confronti del figlio! Ogni sentimentalismo è una negazione dell’aspetto più vitale e profondo delle relazioni umane.

Il bisogno di negare l’aggressività, o di buttarla fuori attraverso i comportamenti, nasce quando l’“odio” diventa troppo forte per essere stemperato, a causa di aspettative eccessive nei confronti del bambino, che portano a delusioni intollerabili. Abbiamo allora una paralisi dell’aspetto affettivo della relazione genitore-bambino, oppure emergono i maltrattamenti, gli abusi, talvolta mascherati sotto esigenze educative più o meno razionali: alimentazione forzata, senza rispetto per i ritmi del piccolo, lasciarlo urlare fino allo sfinimento perché “così si abitua”, punizioni più o meno arbitrarie per “raddrizzarlo”.

I genitori che maltrattano, in maniera più o meno manifesta, non sono tanto quelli che sono stati a loro volta maltrattati, ma quelli che si aspettano troppo da i figli, pretendendo che essi guariscano le loro ferite del passato. Il genitore vede nel figlio l’Altro che ancora una volta lo svilisce, lo perseguita. Oppure un rivale, responsabile di sottrargli tempo, attenzioni, amore. Di fronte a questa fantasia di rivalità, può reagire con rabbia, ma anche con movimenti di “seduzione” ed alleanza inopportuni (ad esempio, contro l’altro genitore).

Il peso della storia infantile e del rapporto con i propri genitori

Ogni genitore, per affrontare l’esperienza della genitorialità, deve fare i conti con i propri genitori, di cui sul piano psichico prende il posto. Questo passaggio può essere, a livello inconscio, difficile, soprattutto se non si ha un rapporto di sano svincolo dai genitori, o se la relazione è troppo conflittuale. Non è tanto la qualità positiva o negativa dell’esperienza di figlio a essere determinante, quanto il modo in cui essa è stata affrontata ed elaborata. Ferite negate, traumi nascosti, problematiche sommerse fanno molti più “danni” di un’accettazione, anche sofferta, dei propri traumi infantili.

Poiché la genitorialità riattiva le emozioni profonde in relazione alla storia della propria infanzia e del legame con i genitori, eventi apparentemente “semplici”, come il rifiuto di mangiare da parte del bambino, i capricci, una preferenza temporanea verso l’altro genitore, possono risvegliare i vissuti traumatici della persona, che si ritrova, con le proprie reazioni, ad alimentare i comportamenti problematici del figlio.

Il peso dell’eredità familiare attraverso le generazioni

Il bambino non eredita solo la storia e il bagaglio emotivo dei genitori, ma quelli di entrambe le famiglie d’origine, materna e paterna, attraverso le generazioni. Ogni famiglia è un universo, con leggi, regole, abitudini, rituali, miti che le sono propri e la caratterizzano. Ogni nuovo nato, per diventare realmente parte della famiglia, deve passare per un processo di assimilazione a ciò che è conosciuto: assomiglierà al papà, alla bisnonna, allo zio. Sara “tutto suo nonno“, non solo nell’aspetto fisico, ma anche nel carattere.

Questo processo è fondamentale, perché permette di “umanizzare” il piccolo sconosciuto, che diventa così un essere familiare. I problemi nascono quando ci sono eredità familiari pesanti: segreti, lutti, traumi non superati. In questi caso, purtroppo, i bambini crescono con “fantasmi” appollaiati sulla loro culla, di cui non potranno fare a meno di sentire la presenza opprimente.

Pensiamo ai bimbi che portano il nome di defunti di cui non è stato elaborato il lutto. O a quelli su cui un genitore proietta (mette dentro) le caratteristiche di un familiare odiato, trattandolo di conseguenza. O ancora, quelli su cui incombe lo spettro di un parente malato (assomiglia allo zio che si è suicidato).

L’amore è la storia di un incontro

Un altro elemento importante da considerare è la “fortuna” dell’incontro con un bambino che si adatti sufficientemente al mondo interno del genitore, rispetto alle situazioni in cui il bimbo è traumaticamente distante da come è stato immaginato ed atteso. Pensiamo ai bambini “difficili”, inconsolabili, portatori di handicap, o semplicemente dal temperamento opposto a quello dei genitori: figli iperattivi di genitori pigri, o bambini schivi in famiglie confusionarie e un po’ invadenti.

La genitorialità, come ogni storia d’amore, è la storia di un incontro: tra mondo psichico e realtà, tra bambino immaginato e bambino in carne ed ossa, tra la nostra personalità e il temperamento del neonato, tra la nostra immagine interna di famiglia e quella che abbiamo creato, ecc.

Se lo stacco rispetto alle attese, anche inconsce, non è accettato e integrato, il figlio rischia di diventare il ricettacolo del malessere personale e famigliare, il capro espiatorio, cioè il portatore di sintomi psicologici e comportamentali che testimoniano, contemporaneamente, il suo compito e il suo fallimento.

Ricordiamo che i figli sono estremamente sensibili ai vissuti interni dei genitori, più che alle loro parole e agli atteggiamenti di superficie: attraverso un meccanismo psicologico chiamato identificazione proiettiva, il genitore può mettere le proprie emozioni e paure, soprattutto se inconsapevoli e “fuori controllo”, dentro al bambino, che finirà con identificarsi con esse ed agire di conseguenza.

Per aiutare i bambini, aiutiamo i genitori

Per aiutare le famiglie in difficoltà, bisogna considerare l’origine profonda delle problematiche che perturbano la relazione tra genitori e figli e minano il benessere e l’equilibrio familiare. Per questo sia i bambini, sia soprattutto i gli adulti, hanno bisogno di aiuto e sostegno, di un ascolto empatico, privo di giudizi e pregiudizi, di un percorso adeguato a rinforzare le risorse genitoriali, sempre presenti, che permetta ai genitori di aiutarci ad aiutare la famiglia in difficoltà.

Perciò è molto importante che il terapeuta esperto in età evolutiva, a cui i genitori si rivolgano per le problematiche di un figlio, abbia la sensibilità e la preparazione per prendere in carico l’intera famiglia.

Leggi anche: Comprendere e gestire la rabbia e i capricci dei bambini

 

Bibliografia

Ciccone A. (2019), La psicoanalisi a prova di bambino, Alpes, Roma.