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Adolescenti aggressivi e violenti: qual è il problema?

La violenza in adolescenza è un serio campanello d’allarme. Come valutare la gravità della situazione e intervenire senza perdere tempo prezioso.

L’adolescenza non è un’“età felice”, ma un momento difficile di transizione e cambiamento, a livello fisico, psicologico e sociale. Le trasformazioni corporee, unite alle nuove richieste sociali, mettono in discussione l’equilibrio precedentemente raggiunto e questa crisi fisiologica si riflette nell’attività cognitiva, nella gestione degli impulsi, nella percezione di sé e degli altri, nelle relazioni e nella ricerca di nuovi adattamenti.

Una certa regressione, cioè un apparente tornare indietro, ad atteggiamenti e comportamenti “immaturi”, è necessaria per ricapitolare le tappe di sviluppo precedenti ed accedere a una riorganizzazione della psiche e della personalità, che porterà allo status adulto.

Mentre una dose di ribellione verso i genitori e il “mondo dei grandi” è assolutamente normale, è importante valutare la capacità dell’adolescente di mantenere relazioni che siano fondamentalmente positive, caratterizzate da rispetto e fiducia di base.

Un aspetto da tenere in attenta considerazione è il rapporto con il gruppo dei pari, che diviene il laboratorio sociale entro cui sperimentare scelte e comportamenti autonomi al fine di costruire la propria identità adulta.

Il comportamento prosociale (aiutare, condividere, collaborare) è uno dei più importanti predittori di relazioni interpersonali positive e di successo scolastico, mentre condotte aggressive o prolungate esperienze di rifiuto da parte dei coetanei possono provocare diversi esiti disadattivi, quali rigetto della scuola, comportamenti disturbati e antisociali o altre manifestazioni psicopatologiche.

Aggressività e violenza: c’è una differenza

L’aggressività è un concetto complesso: secondo una prima definizione, il termine descrive una tendenza, che può essere presente in ogni comportamento e fantasia, suscettibile di tradursi in atti aggressivi, cioè volti alla distruzione degli altri o propria. Tali atti possono andare dalla semplice ostilità alla vera e propria aggressione (fisica, psichica, sociale).

La seconda definizione, che risponde all’etimologia del termine latino aggredior (“cammino in avanti”), fa riferimento alla componente relazionale e alla tendenza all’autoaffermazione; in questo senso assume una connotazione positiva, esprimendo una una risorsa finalizzata all’adattamento e alla costruzione di legami.

Le due accezioni sono molto diverse, ma le accomuna la presenza di competizione e l’instaurarsi del predominio e del soggiogamento di quanti sono percepiti come “rivali”, incluse le parti di se stesso che il soggetto rifiuta.

L’aggressività assume una connotazione distruttiva, trasformandosi in violenza, quando l’aspetto narcisistico, di negazione dell’altro, prevale su quello relazionale, di rapporto con l’altro. Quando siamo arrabbiati con qualcuno, lo prendiamo in considerazione, nell’atto violento, invece, l’altro diventa un “oggetto” da sopraffare e danneggiare, senza considerazione dei suoi sentimenti e della sua umanità.

Come riconoscere un adolescente violento

Una caratteristica fondamentale dei ragazzi violenti è il deficit di empatia, cioè della capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo. L’empatia richiede un assetto recettivo che consente di entrare in sintonia con i propri stati d’animo e con quelli degli altri ed ha come fondamento l’autoconsapevolezza.

La carenza o la mancanza di empatia può portare a condotte aggressive, poiché viene a mancare sia la capacità cognitiva di ragionare sul vissuto altrui, sia la risonanza emotiva riguardo alle conseguenze del proprio comportamento sulla vittima.

Nei ragazzi predisposti a questa “disconnessione empatica”, specialmente in momenti di conflitto o in situazioni di gruppo, viene meno la capacità di inibire le proprie tendenze aggressive e possono verificarsi agiti violenti e “fuori controllo”.

Nel gruppo, la diffusione della responsabilità individuale in quella collettiva contribuisce ad una riduzione del senso di colpa rispetto agli episodi di violenza e ad una modificazione della percezione della vittima, che viene oggettualizzata perdendo, agli occhi degli aggressori, le sue qualità umane.

Valutare le condotte aggressive: non sono tutte uguali

L’esperienza interna dell’aggressore e della vittima è determinante nella valutazione dell’atto aggressivo, poiché costituisce il parametro di misura sia dell’intenzionalità del comportamento sia della sua “dannosità” per chi lo subisce.

Per tracciare un confine tra scherzi, anche pesanti, prepotenze e azioni violente, le principali discriminanti sono lo squilibrio di potere e la condizione mentale della vittima: se la persona è in uno status di inferiorità psicologica, fisica o numerica rispetto agli aggressori e si sente offesa e prevaricata senza possibilità di reazione, non si tratta mai di un “gioco”, ma sempre di una forma di violenza.

Il comportamento aggressivo finalizzato alla soddisfazione di un bisogno è accompagnato da stati d’animo transitori, quali l’ira o la collera, mentre l’odio e il rancore implicano una regressione ad un livello di struttura mentale più primitivo.

La direzione del comportamento aggressivo può essere anche interna, indirizzata al Sé, direttamente mediante atteggiamenti svalutativi o comportamenti autodistruttivi, o indirettamente, con la rottura delle relazioni ed il negativismo. In questo caso, si assiste alla negazione della propria aggressività e ad una sua proiezione all’esterno, percependola negli altri, che infine vengono portati ad agirla.

Perché la violenza non va sottovalutata e cosa fare

Un ragazzo o una ragazza particolarmente aggressivi, verso gli altri o verso se stessi, vanno sicuramente aiutati, mediante un intervento specialistico che coinvolga anche la famiglia, per comprendere ed affrontare la problematica di base che sta ostacolando un sereno sviluppo adolescenziale.

Di fronte a dei comportamenti violenti, l’attenzione deve essere particolarmente elevata: innanzitutto, bisogna valutare quanto la violenza sia un tratto stabile della personalità del ragazzo e quanto, invece, sia legata a particolari situazioni o frequentazioni. Un comportamento oppositivo e provocatorio dall’infanzia e la tendenza alla sistematica violazione delle regole e dei diritti altrui vanno sempre presi in seria considerazione, perché sono importanti fattori di rischio per lo sviluppo di una personalità antisociale e altre gravi condizioni psicopatologiche.

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Bibliografia

Galimberti U. (a cura di) (1999), Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Torino.

Guidetti V. (a cura di), Fondamenti di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, Il Mulino, Bologna.

Cerutti R., Manca, M. (2006), I comportamenti aggressivi. Percorsi evolutivi e rischio psicopatologico, Edizioni Kappa, Roma.