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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

Tutto quello che avreste voluto sapere sulla psicoanalisi e non avete mai osato chiedere

Distruggiamo i preconcetti e i falsi miti sulla psicoanalisi

 

In psicoanalisi le cose sono solite essere un po’ più complicate di quel che vorremmo.

Se fossero state così semplici, non ci sarebbe forse stato bisogno della psicoanalisi.

(S. Freud)

 

L’ossessione del passato

Alcuni pensano che gli analisti siano “ossessionati” dal passato dei loro pazienti e s’immaginano interminabili sedute a parlare della propria infanzia, quando quello che conta per tutti noi sono i problemi del presente.

In realtà, la terapia non ha come scopo la ricostruzione del passato, ma la comprensione dell’eredità delle esperienze passate nella vita di tutti i giorni.

Non possiamo sempre sapere quanto un ricordo corrisponda o meno alla realtà, ma sono più che mai reali  gli affetti e le dinamiche negative associate con esso. Sono questi a essere trasformati.

Anche le persone che hanno avuto un’infanzia abbastanza felice, hanno interiorizzato inconsapevolmente modelli di pensiero e schemi di comportamento che oggi possono procurare loro problemi.

Tutti noi tendiamo a “ripetere” ciò che conosciamo, a mettere in atto comportamenti che una volta potevano essere funzionali, ma ora non lo sono più. Lo scopo è liberare il paziente dalla tendenza a ripetere questi schemi distruttivi.

La persona sta meglio quando inizia a pensare ciò che prima era impensabile, poiché attraverso il pensiero si “digeriscono” emozioni negative, angosce e traumi e si conquista un livello superiore di padronanza e autocontrollo.

L’importanza delle pulsioni

La psicoanalisi nasce alla fine dell’800. In quell’epoca la società era molto pudica e la sessualità costituiva un argomento tabù. Molti pazienti presentavano accesi conflitti relativi alle loro pulsioni e questo ha portato Freud (il padre della psicoanalisi) a dare una grande importanza alla dimensione degli istinti e allo sviluppo psicosessuale nella genesi della patologia psichica.

Autori più recenti hanno spostato l’accento sull’importanza delle relazioni. È a partire dal rapporto con le figure di riferimento durante l’infanzia che si costruisce la mente dell’individuo e vengono poste le fondamenta della sua personalità. In seguito, altri rapporti significativi continuano a trasformare il nostro mondo interno.

Oggi sappiamo che ciò che accade nelle fasi precoci della vita s’iscrive a livello biologico nel cervello, modificandone il funzionamento. Anche successive esperienze significative, soprattutto a livello relazionale, contribuiscono continuamente a modificare la struttura e il funzionamento cerebrale.

Tra queste esperienze c’è ovviamente anche l’analisi, che ha il vantaggio di perseguire il cambiamento in modo intenzionale e “controllato”.

Tutta colpa dei genitori?

Data l’importanza delle prime relazioni, si potrebbe pensare che gli analisti diano sempre tutta la colpa ai genitori. In realtà, non è per nulla così.

Anche persone che hanno avuto un’infanzia felice e genitori amorevoli possono avere problemi psicologici. Ciò che conta non è ciò che è accaduto, ma come è stato vissuto dalla persona.

Questo non è sempre facile da capire, perché il processo di attribuzione di significati alle esperienze è spesso inconscio. Inoltre, dobbiamo pensare che la mente infantile può interpretare alcuni eventi in un modo molto personale.

Aggiungerei che non esiste la famiglia perfetta: in ognuna ci sono problemi che possono avere ripercussioni diverse secondo la personalità dei figli e il loro ruolo in casa, per questo i fratelli possono crescere in maniera molto diversa.

Infine, se una persona ha vissuto effettivamente esperienze difficili, è importante parlarne ed elaborarle, non per incolpare qualcuno, ma per andare avanti.

Spesso alla fine della terapia si arriva ad accettare che i genitori, seppur sbagliando, hanno fatto semplicemente del loro meglio, in relazione alla loro personalità ed alle loro esperienze di vita. Quindi ci si libera di inutili rancori e si prendono le redini della propria vita.

Meglio non pensarci

Alcune persone pensano che andare in analisi possa essere un modo di “ingigantire i propri problemi“, che potrebbero forse passare ignorandoli e non pensandoci. In realtà, non è mai così.

I problemi dominano la nostra vita quando ci sprofondiamo dentro inconsapevolmente o ce ne ossessioniamo ciclicamente senza trovare una via d’uscita. In terapia si fa esattamente il contrario: si lavora sui problemi trasformandoli attraverso nuovi punti di vista, nuove prospettive, nuove soluzioni.

E’ chiaro che il percorso non è semplice e può essere doloroso. Una terapia senza dolore non arriverebbe mai a toccare il centro del problema, sarebbe dunque un semplice esercizio mentale.

Ma non c’è solo la sofferenza. C’è un nuovo rapporto umano, calore, empatia, perfino divertimento. Ridere non è vietato nella stanza d’analisi, anzi fa parte della terapia!

Lo psicoanalista che non parla, non risponde …non respira!

Nell’immaginario popolare l’analista è silenzioso, distante, quasi irraggiungibile. Mormora alcuni “mmh” giusto per confermare al paziente che lo sta ascoltando e risponde ad ogni domanda con un meccanico “e lei cosa ne pensa?”. Per quanto la parodia possa essere divertente, un vero analista è per fortuna molto distante da questa immagine stereotipata.

Sicuramente nel lavoro analitico l’ascolto è in primo piano: ci vuole un silenzio rispettoso e attento per permettere ai pensieri e alle emozioni del paziente di liberarsi nella stanza d’analisi. Poi si lavora insieme, cercando connessioni e significati.

L’analista non parla della sua vita privata, perché non “ruba la scena” al paziente, né vuole in alcun modo influenzarlo. Non è un amico o un conoscente con cui fare “quattro chiacchiere”. Parla quando pensa possa essere utile. Può fare anche conversazione, ma sempre per mettere a proprio agio il paziente o fargli sentire il proprio calore e supporto, mai per fare sfoggio di sé, delle proprie conoscenze o opinioni.

Naturalmente, l’analista è prima di tutto un essere umano, quindi può sbagliare, dire una parola fuori luogo o fare qualcosa che contrari il paziente, dunque è fondamentale parlarne. Anche perché i sentimenti del paziente verso il terapeuta (transfert) contengono diverse informazioni importanti per il lavoro terapeutico.

Una vita sul lettino?

Un altro luogo comune sull’analisi è che possa durare all’infinito.

Non si può stabilire a priori la durata del percorso terapeutico, perché dipende da molte variabili, tra cui lo stato di partenza e le mete che ci si pone. Ma il lavoro inizia presto ad avere un suo effetto, a produrre dei cambiamenti. La durata del processo dipende dal livello di cambiamento che si vuole raggiungere, con obiettivi concordati tra paziente e terapeuta.

Può capitare che una persona che abbia concluso un lavoro terapeutico, possa voler intraprendere un nuovo percorso per raggiungere nuovi obiettivi. In questo caso, la terapia può riprendere.

È da considerare che nell’impostazione psicoanalitica classica il lavoro sia molto profondo e impegnativo, con più sedute a settimana e l’uso del famoso lettino. Nella terapia psicodinamica, invece, le sedute hanno spesso una frequenza settimanale, si siede “faccia a faccia” e alcune modifiche tecniche permettono di impostare percorsi più focalizzati sul problema, dunque più brevi.

La psicoterapia psicoanalitica è efficace come metodo di cura?

Moltissime ricerche dimostrano ormai scientificamente l’efficacia della psicoterapia ad orientamento psicoanalitico. Le neuroscienze, in particolare, hanno in questi anni dato ragione a molte delle intuizioni freudiane, come l’importanza dei processi psichici inconsci, la centralità delle esperienze infantili per lo sviluppo della personalità, il ruolo del trauma, il funzionamento della memoria e della rimozione, ecc.

Si è scoperto che la parola, su cui la psicoanalisi fonda la cura, interviene sui mediatori chimici delle connessioni sinaptiche, determinandovi cambiamenti più o meno stabili, modificando dunque le risposte fisiologiche allo stress, il funzionamento e perfino la struttura cerebrale.

Le ricerche sullo sviluppo infantile, sull’attaccamento, sulla mentalizzazione, portate avanti anche in campo psicoanalitico, hanno permesso alla disciplina di aggiornarsi, stando al passo con la ricerca scientifica, e sviluppando modelli di trattamento ed intervento sempre più brevi ed efficaci.

 

Leggi anche: La psicoterapia funziona? Cosa ci dicono le neuroscienze

 

Bibliografia

Riolo F. (2005), Desideri e conflitti dall’universo edipico a quello dionisiaco, intervista a Ferdinando Riolo di Francesca Borrelli de Il Manifesto, 26/02/2005.

Solms M. (2004), Il ritorno di Freud, Mente&Cervello n.10, anno 11, Le Scienze.