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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

La psicoterapia funziona? Cosa ci dicono le neuroscienze

La ricerca scientifica dimostra ormai chiaramente l’efficacia della psicoterapia nel trattare molti disagi psichici e condizioni di sofferenza personale e relazionale.

Le ricerche neuroscientifiche, quelle sullo sviluppo infantile, sull’attaccamento, sulla mentalizzazione, portatate avanti anche in campo psicoanalitico, hanno permesso alla disciplina di aggiornarsi, stando al passo con la scienza e sviluppando modelli di intervento sempre più brevi ed efficaci.

Le neuroscienze hanno in questi anni confermato molte delle intuizioni fondamentali degli psicoanalisti:

  • che le esperienze infantili giocano un ruolo centrale nello sviluppo della personalità, specialmente rispetto al modo in cui le persone vivono le successive relazioni;
  • che le rappresentazioni mentali di sé, degli altri e delle relazioni guidano le interazioni sociali ed hanno un ruolo determinante in molte forme di psicopatologia;
  • che i processi mentali, inclusi quelli affettivi e motivazionali, operano simultaneamente in parallelo, sicché si possono avere sentimenti conflittuali verso la stessa persona o situazione e formare compromessi al di fuori della consapevolezza;
  • che lo sviluppo della personalità comprende non solo l’imparare a regolare sentimenti e desideri sessuali ed aggressivi, ma anche il passaggio da uno stato immaturo e dipendente ad uno stato maturo ed interdipendente;
  • che gran parte della vita mentale è inconscia.

I ruolo delle emozioni nel funzionamento mentale

La ricerca e la pratica neuroscientifica confermano uno stretto legame tra i circuiti cerebrali del pensiero razionale e dell’esperienza emotiva.

Le nostre decisioni sono condizionate da risposte corporee-emotive, avvertite in modo soggettivo ed utilizzate, automaticamente e non necessariamente a livello cosciente, come indicatori della bontà o meno di una determinata prospettiva.

Cosa significa questo? Che un’emozione, anche inconscia, esercita sempre un’influenza regolatrice rispetto all’organismo, finalizzata alla conservazione della vita, ma solo quando è processata dai circuiti neuronali corticali (“superiori”) viene modulata dall’esperienza cosciente, e può essere elaborata e trasformata, altrimenti opera in modo automatico, al di fuori della consapevolezza.

In altre parole, le nostre emozioni ci condizionano sempre, anche quando non ne siamo consapevoli, anzi di più poiché possiamo “controllare” e regolare solo le emozioni coscienti, accessibili al pensiero ed alla parola.

Il funzionamento della memoria e dell’inconscio

Anche rispetto alla memoria, le neuroscienze confermano alcune importanti ipotesi psicoanalitiche: nel nostro cervello, infatti, operano due sistemi di memoria con caratteristiche differenti:

  • La memoria esplicita o dichiarativa, che può essere evocata coscientemente e tradotta in parole, riguarda le esperienze autobiografiche coscienti (episodica) e le nostre conoscenze (semantica).
  • La memoria implicita o non-dichiarativa, che non è cosciente né traducibile in parole, non permette il ricordo volontario di ciò che ha immagazzinato. Di essa fa parte la memoria procedurale (cosa “sappiamo fare” in automatico) e quella emotiva, che interessa le emozioni e le esperienze del bambino nelle prime relazioni con l’ambiente, depositate nell’inconscio non perché rimosse, ma perché mai registrate sul piano della rappresentazione cosciente.

La memoria implicita riguarda schemi di reazioni emozionali e comportamentali che la persona mette in atto ripetutamente di fronte a determinate situazioni, in modo “istintivo” e quasi automatico, senza poterli modulare attraverso la normale capacità di pensiero e autocoscienza. Parliamo della “coazione a ripetere” determinate esperienze e comportamenti, che non riusciamo a controllare perché mai divenuti del tutto consci, dunque passibili di analisi e trasformazione.

L’importanza delle esperienze infantili

Nei primi anni di vita, nei quali si sviluppano il sistema simbolico e il linguaggio, il bambino va incontro a esperienze emotive ed affettive fondamentali. Queste esperienze primarie sono immagazzinate come vissuti emotivi nella memoria implicita e nel nostro “inconscio primitivo”, poiché l’ippocampo, la struttura cerebrale deputata al consolidamento della memoria esplicita (ricordi coscienti, esperienze di vita, apprendimenti consapevoli) giunge a maturità solo verso il terzo anno di vita. Questi vissuti impliciti costituiscono la struttura portante, il carattere e la personalità dell’individuo, modellando la sua visione del mondo.

L’impatto delle esperienze traumatiche

Di fronte ad un trauma, cioè ad un evento che travalica le capacità della psiche di farvi fronte, l’organismo mette in atto risposte difensive estreme (attacco, fuga, congelamento), per poi tornare ad uno stato di “normalità” una volta cessata la minaccia. In caso di dolore dilagante o stress cronico, tuttavia, l’organismo può non riuscire a tornare allo stato pre-traumatico e le reazioni estreme alla minaccia non solo permangono, ma vengono incrementate.

Quando si presentano stimoli associati all’evento stressante originario, nella realtà o anche solo nel ricordo o nella fantasia, lo schema istintivo viene nuovamente attivato. Attraverso la ripetizione di questo schema nei diversi contesti, si assiste a una proliferazione dell’area minacciosa e degli stimoli che inducono stress, come di nuove e più complesse strategie di evitamento e risposta al trauma, con una crescente disorganizzazione della sfera emotiva e comportamentale.

Gli eventi traumatici, anche quando non ricordati, agiscono in modo significativo sul funzionamento psichico di una persona.

In caso di traumi, è tipica la presenza di ricordi frammentari, o l’assenza di memoria, mentre le esperienze negative sono registrate in modo indelebile a livello di memoria implicita e corporea. Questo non solo perché si tende a rimuovere gli episodi traumatici, per difendersi dal dolore associato ad essi, ma soprattutto perché questi sono difficilmente codificati a livello cognitivo e simbolico: infatti, gli ormoni dello stress (corticosteroidi) inibiscono il funzionamento dell’ippocampo, deputato al consolidamento della memoria cosciente, iperstimolando l’amigdala, connessa con le reazioni emotive più primitive, in particolare con la paura.

Questo fa sì che una persona traumatizzata sia condizionata da schemi emotivi e comportamentali associati al trauma, senza rendersene conto e senza poter esercitare su essi un controllo cosciente.

I meccanismi di disattivazione dell’ippocampo e iperattivazione dell’amigdala, se continuativi, interferiscono pesantemente con lo sviluppo stesso dell’attività di pensiero, disorganizzandola, e dissociando il funzionamento emotivo da quello cognitivo, come succede alle persone cresciute in contesti traumatizzanti. Questo processo dissociativo incrementa, piuttosto che bloccare, l’attivazione sensoriale proveniente dalle aree emotive, tanto che le persone traumatizzate si trovano sopraffatte da reazioni emotive e fisiologiche al di fuori del loro controllo.

I fattori che portano alla dissociazione degli schemi emozionali comprendono non solo l’abuso, ma anche un’incapacità da parte degli adulti di riconoscere l’esperienza del bambino: inattenzione, evitamento, diniego, scarsa sollecitudine, cioè la mancanza di un adeguato rispecchiamento emotivo.

Le risposte protettive successivamente sviluppate dall’individuo per difendersi da questi stati dolorosi e disorganizzanti (come somatizzazione, evitamento dell’intimità, dipendenza da cibo, alcool o droghe, ecc.) diventano ulteriori aree problematiche, che accrescono la sofferenza, anziché diminuirla.

L’efficacia della psicoterapia 

È stato scientificamente dimostrato che fattori relazionali e sociali, tra cui la psicoterapia, esercitano un’azione sul cervello modificando stabilmente la funzione dei geni, cioè la loro espressione proteica, che interessa le sinapsi e quindi i circuiti neuronali.

In particolare, si è scoperto che la parola, su cui la psicoanalisi fonda la cura, interviene sui mediatori chimici delle connessioni sinaptiche, determinandovi cambiamenti più o meno stabili, modificando dunque le risposte fisiologiche, il funzionamento e perfino la struttura cerebrale.

Il cambiamento terapeutico passa attraverso la sperimentazione da parte del paziente di una esperienza emozionale nuova, condivisa con il terapeuta. L’attivazione di schemi emozionali dissociati e distorti, connessi ad esperienze dolorose e traumatiche, in un contesto interpersonale nuovo, come quello terapeutico, ne permette la modificazione, attraverso un lavoro di connessione e “ricucitura” tra esperienze corporee-emotive ed attività di pensiero.

Bibliografia

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