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Le difese psicologiche: come la mente salvaguarda il suo equilibrio … o lo perde definitivamente

Sapete che i meccanismi di difesa sono uno degli indicatori più importanti della salute mentale?

L’autodifesa è la più antica legge della natura.

(J. Dryden)

I meccanismi di difesa sono quelle operazioni che la nostra mente attiva in maniera più che altro inconscia per proteggersi dall’angoscia e dal dolore. Parliamo di normali processi mentali che tutti noi utilizziamo quotidianamente, con un grande valore adattivo, perché tutelano l’equilibrio psichico. Solo quando sono usati in modo rigido e inflessibile, oppure vengono utilizzati in modo eccessivo meccanismi cosiddetti “primitivi”, si determinano problematiche psichiche e disturbi nel rapporto con l’ambiente.

La differenza tra normalità e patologia non è data tanto dalle singole difese usate, ma dalla loro modalità di utilizzo. E’ chiaro che di fronte ad un evento particolarmente traumatico la mente mobilita tutte le sue difese, a partire da quelle più primitive, che sono anche le più efficaci, anche se hanno come effetto collaterale una eccessiva distorsione della realtà. Ma quando questi meccanismi sono utilizzati sempre, in maniera massiccia e indiscriminata, siamo di fronte ad un problema di equilibrio psichico.

Prendiamo uno dei meccanismi più “primitivi”, che compare per primo nello sviluppo psichico: la scissione. Il neonato non ha ancora sviluppato un senso di continuità rispetto a se stesso ed al suo ambiente, è assorbito nel tempo presente e percepisce in modo “violento” sia il disagio che il piacere. Quando chi si prende cura di lui soddisfa i suoi bisogni vive un profondo stato di gratificazione e sperimenta l’adulto come totalmente buono e appagante. Quando il genitore non risponde in modo immediato alle sue esigenze (cosa peraltro impossibile!) sprofonda nel disagio e vive l’altro come totalmente cattivo e frustrante. Pian piano, il bambino comprende che la “mamma buona” e quella “cattiva” sono la stessa persona, allora attiva un meccanismo difensivo, la scissione appunto, che gli permette di continuare a tenere separati gli aspetti buoni e cattivi del genitore, per difendersi dall’angoscia che la sua rabbia verso la “mamma cattiva” possa distruggere anche quella “buona”. Da una parte sa che la mamma è una, ma ad un altro livello è come se fossero due, distinte e separate.

Questo può sembrare sorprendente, ma anche noi adulti quando siamo molto angosciati o arrabbiati possiamo perdere la capacità di considerare nello stesso tempo tutte le sfumature di una situazione o di una persona e viverla come totalmente positiva o negativa. Si tratta del cosiddetto pensiero in bianco e nero. Alcuni utilizzano la scissione in modo così evidente che se li sentiamo parlare a distanza di tempo di una stessa persona, magari prima o dopo un litigio, può sembrare che parlino di due persone completamente diverse!

In età adulta, se la scissione non si attiva solo in momenti particolari di crisi ed emotività, ma è un meccanismo utilizzato tutti i giorni anche per far fronte alle normali esperienze, significa che la capacità di integrare le emozioni e i pensieri è compromessa e può venire meno la possibilità di leggere in modo accurato la realtà. Il versante più estremo è quello della psicosi, in cui alla scissione degli aspetti della realtà si accompagna quella del Sé e il diniego della realtà stessa.

Il diniego è un altro meccanismo primitivo che di fronte a una realtà scomoda e dolorosa porta a negarla, a cancellarla. E’ un meccanismo che utilizza normalmente il bimbo piccolo che non ha strumenti per venire a patti con il mondo, ma in età adulta diventa problematico e indice di cattiva salute mentale, perché compromette la capacità della persona di adattarsi al suo ambiente, fino a far saltare l’esame di realtà, cioè la possibilità di percepire la realtà in modo abbastanza “oggettivo”, ossia di abitare lo stesso mondo degli altri.

Ancora una volta, per capire il confine tra normalità e patologia nell’uso del diniego, ricorriamo ad un esempio pratico: tutti noi di fronte ad un evento particolarmente doloroso o traumatico, come la morte inaspettata di una persona cara, possiamo pensare “non è vero” e per un breve lasso di tempo sentirci anestetizzati dal dolore. Poi ci “risvegliamo”, capiamo che la notizia è reale, sentiamo il dolore che ci invade e inizia il lungo e faticoso processo di elaborazione del lutto.

Nella psicosi, invece, il diniego è utilizzato in maniera sistematica, insieme ad altri meccanismi primitivi, per distorcere la percezione della realtà in modo che sia meno fastidiosa e dolorosa possibile, perché la persona non ha gli strumenti per confrontarsi con essa e rischierebbe di rimanerne schiacciato. La realtà negata viene poi ricostruita attraverso il pensiero delirante, dunque il diniego è una componente essenziale di ogni tipo di delirio.

Molto diverso è il “fratello maturo” del diniego, ossia il meccanismo della rimozione. La persona che lo utilizza si difende dall’angoscia non negando la realtà, ma mettendo da parte alcuni aspetti spiacevoli di essa. Per esempio, se ho dei sentimenti ambivalenti nei confronti di una persona, ma mi crea problemi ammetterlo, posso rimuovere il fastidio che provo per lei e convincermi di tutti i suoi aspetti positivi. Non è che non vedrò più quelli negativi, ma non mi daranno così tanto fastidio, almeno a livello conscio. In questa situazione non c’è un conflitto tra la persona e la realtà, ma tra esigenze interiori della stessa persona, che può sviluppare dei sintomi nevrotici che parlino al posto dell’idea o dell’impulso inaccettabile rimosso. Un classico esempio è la paralisi di un braccio per impedirsi gesti violenti nei confronti di una persona amata e odiata, ma si possono citare situazioni molto più comuni. Ad esempio, se si vuole evitare di andare a un appuntamento con una persona per cui proviamo sentimenti contraddittori che non siamo disposti ad ammettere, possiamo “dimenticare” di mettere benzina alla macchina o perdere il treno pur conoscendo perfettamente gli orari.

Un altro meccanismo evoluto, perché non altera i dati della realtà ma solo il rapporto emotivo con essa, è quello dello spostamento: si trasferiscono i sentimenti associati a un’idea o a una persona ad un altro “oggetto” che presenti qualche associazione anche vaga con l’originale. Questo è alla base dello sviluppo di molte fobie apparentemente inspiegabili (animali, situazioni, ecc).

Altri meccanismi comuni e abbastanza problematici sono la proiezione e l’identificazione proiettiva, che sono considerati “primitivi” perché presenti a partire da fasi abbastanza precoci dello sviluppo, ma sono in parte utilizzati da tutti noi.

La proiezione consiste nel percepire e reagire a impulsi interni inaccettabili mettendoli fuori da sé. Questo è il meccanismo alla base di molte idee di persecuzione, in cui una persona proietta la sua rabbia e il suo odio sull’ambiente circostante e poi si sente perseguitata da esso. Ma in maniera più sfumata tutti possiamo attribuire nostri pensieri e sentimenti agli altri, anche in modo molto sottile, e magari criticare in loro ciò che non vogliamo vedere in noi stessi.

Nell’identificazione proiettiva il gioco si fa più complesso: proiettiamo negli altri i nostri vissuti e poi agiamo in maniera tale da portarli a confermare quello che noi pensiamo di loro. Un esempio è quando sentiamo che qualcuno è critico nei nostri confronti e ci comportiamo con lui in un modo così ostile da portarlo a essere realmente critico. Tornando all’esempio estremo del paranoico, spesso le persone che ricevono i suoi sospetti e le sue accuse reagiscono male nei suoi confronti, così da giustificare la sua paranoia. In questo senso, spesso le profezie si autorealizzano!

Una difesa estrema utilizzata di fronte a eventi particolarmente traumatici è quella della dissociazione. La persona, di fronte allo spavento e al terrore, si distacca da se stessa e percepisce ciò che le accade come se non stesse accadendo a lei. Le persone cresciute in un clima di violenze e abusi possono arrivare da attivare la dissociazione di fronte a qualsiasi tipo di emozione, fino a perdere il senso di continuità della propria esperienza e vivere in uno stato di penoso estraniamento, come se si guardassero sempre attraverso una lastra di vetro.

Vorrei concludere con un esempio di difesa considerata particolarmente matura e adattiva, tanto che la sua presenza costituisce un indicatore universalmente riconosciuto di buona salute mentale: l’umorismo. Questo meccanismo consente di alleviare il disagio e gli affetti spiacevoli trovando elementi comici ed ironici in situazioni difficili. Permette inoltre di mantenere una certa distanza dagli eventi, dunque di riflettere su quanto sta accadendo senza lasciarsi travolgere.

I meccanismi difensivi conosciuti e studiati sono tanti ed è impossibile in questo contesto trattarli tutti.

Una cosa che mi sembra importante sottolineare è che queste difese tendono ad agire al di fuori di ogni consapevolezza, anche se i meccanismi più primitivi possono risultare evidenti a un osservatore esterno. Dato che la loro funzione è difenderci dall’angoscia, tenerci all’oscuro rispetto ciò che non vogliamo vedere, è chiaro che più svolgono in maniera efficace il loro compito più noi non ce ne rendiamo conto. Ma l’uso massiccio di difese primitive ha pesanti effetti collaterali, infatti non avere accesso al dolore e alle paure ci impedisce di elaborarle e superarle. Così i livelli di angoscia aumentano e si rendono sempre più necessarie difese estreme che renderanno sempre più labile l’equilibrio psichico e l’adattamento alla realtà. Questo è il circolo vizioso delle difese, mentre il circolo virtuoso consiste nello sviluppo di modalità difensive sempre più flessibili e adattive per far fronte ai problemi interni e esterni. E’ questo un aspetto essenziale di ogni forma di psicoterapia.

Psicologa Psicoterapeuta Acilia (Ostia, Infernetto, Casal Palocco-Axa) e Corso Trieste, Roma.

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