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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

La vendetta: piatto delizioso o boccone avvelenato?

La vendetta: un pensiero che può arrivare ad ossessionarci, tormentarci. Da dove nasce il desiderio di vendicarci dei torti subiti e perché può essere così difficile “lasciarlo spegnere”.

Se intraprendi la strada della vendetta, scava due fosse.

(Confucio)

Il desiderio di vendetta nasce dalla percezione di un torto che non ha avuto riparazione. È conseguenza di una ferita non elaborata, del vissuto di essere stati danneggiati in maniera consistente e persistente.

Questo danno subito, le cui conseguenze continuano a perseguitare la vittima, può muovere il desiderio di “pareggiare i conti”, come se questo potesse alleviare la sofferenza e il peso delll’offesa ricevuta. 

Di fronte ad un torto, ad un’ingiustizia, la reazione immediata è la rabbia, un’emozione, determinata a livello biologico, che sostiene una reazione di difesa, utile a ripristinare un senso di sicurezza sul piano fisico o psicologico.

La rabbia è un’emozione esplosiva e transitoria, rivolta a chi o cosa sta ostacolando un nostro bisogno, o ci sta infliggendo un dolore o una frustrazione. Il rancore, invece, implica una regressione ad un livello di stato mentale più primitivo Si consolida un rapporto con la persona odiata che è una stretta mortale, perché non ci permette di separarci da lei.

La letteratura e il cinema sono pieni di personaggi la cui vita è stata dedicata all’attuazione di una vendetta, che diventa alla fine un legame indissolubile con il carnefice, tanto che, a vendetta attuata, se ne sente quasi la mancanza, perché non si sa più verso cosa orientare i propri pensieri e come impiegare le proprie energie.

Il bisogno di vendetta è come un masso che blocca e devia lo scorrere di un fiume: la nostra vita ne è alterata, come il flusso dei nostri pensieri, perché diventa un chiodo fisso, un buco nero che assorbe le nostre energie.

Senza rendercene conto, la nostra mente si è così agganciata al trauma subito e, nel tentativo non riuscito di elaborarlo, si è agganciata anche al nostro persecutore, che diventa la più “importante” tra le persone della nostra vita.

Consumare una vendetta nella fantasia è cosa molto diversa da pensare di attuarla: è normale, a ridosso di un evento spiacevole o traumatico, pensare di vendicarci della persona che ci ha fatto del male. Questi pensieri sono uno sfogo per il dolore e la rabbia, il modo con cui, nella nostra mente, riprendiamo il controllo della nostra vita, esercitando noi un potere su chi ci ha fatto subire qualcosa.

Quando questo bisogno si cronicizza, diventa innanzitutto il segnale che la ferita è ancora aperta, non come un dolore che abbiamo fatto nostro e con cui stiamo personalmente tentando di fare i conti, ma come aggancio al nostro aguzzino, che ci tiene ancora “sotto scacco”.

Ci tiene sotto scacco monopolizzando i nostri pensieri e le nostre fantasie, e portandoci a meditare di compiere azioni che non sono nel nostro vantaggio, ma sono fondamentalmente una forma di autodistruzione, mediante la fantasia di distruzione dell’altro.

Molto diverso è il desiderio di giustizia, anche se spesso la vendetta è la perversione di questo desiderio, che non ha trovato una sua legittimità e un suo accoglimento.

Giustizia e vendetta, a livello psichico, hanno un forte legame, pur mantenendosi, a livello sociale, molto diverse: la vendetta è una forma privata e primitiva di giustizia, mentre la giustizia è un fatto pubblico, volto all’utilità sociale, oltre che alla soddisfazione e al “risarcimento” della vittima, che vede riconosciuto dalla collettività il torto subito e trova in tale riconoscimento un elemento di senso ed una possibilità di elaborazione del dolore.

La vendetta, come fatto privato, che esula dalla dimensione pubblica, diventa lo spazio angusto di una vittima che è sola di fronte al proprio “carnefice”. Il desiderio di vendetta, che degrada i nostri pensieri e i nostri comportamenti, convogliando le nostre energie in piani distruttivi, invece che in piani costruttivi per il nostro futuro, è purtroppo la testimonianza del potere che l’aguzzino ha ancora su di noi e di un legame che diventa più forte di quello con il resto della società.

Sappiamo bene come l’odio possa tenere molto più legati dell’amore, perché suscita emozioni primitive, brutali, traumatiche, che intrappolano in una dimensione di dipendenza e ostacolano lo svincolo e l’emancipazione. Mentre l’amore, quello maturo, garantisce sempre l’autonomia personale e l’indipendenza mentale.

Si parla spesso di vendetta contrapposta al perdono, ma “la dimenticanza è l’unica vendetta e l’unico perdono”. Non dimenticanza del dolore provato, ma “lontananza mentale” da chi ce lo ha inferto, affinché quel dolore sia solo nostro e sia in nostro potere affrontarlo, metabolizzarlo, superarlo.