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Oltre il divano

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Giù la maschera! Tutto sulla personalità antisociale

Freddezza, egocentrismo, insensibilità, mancanza di empatia e rimorso: le personalità antisociali sono pericolose, subdole, e possono nascondersi dietro una facciata di perbenismo e rispettabilità. Cosa c’è dietro la loro maschera?

L’antisocialità, anche chiamata psicopatia o sociopatia, è un disturbo molto difficile con cui confrontarsi. Tutti noi possiamo occasionalmente “comportarci male”, violare le regole, ma di base condividiamo un profondo rispetto per gli altri esseri umani, per cui difficilmente, in condizioni normali, faremmo loro volontariamente del male.

L’antisociale, invece, è chiuso in un bozzolo narcisistico e per gli altri nutre un sostanziale disinteresse, che lo porta a non considerarli come suoi pari, dotati di volontà, desideri e bisogni propri. Per questo, manifesta una fondamentale noncuranza dei sentimenti e dei diritti altrui e un’intolleranza alle regole e alle norme sociali, che tende sistematicamente a violare, più o meno apertamente.

Può mostrarsi gentile ed avere discrete capacità sociali, perfino un certo fascino, attraverso cui maschera il freddo distacco e l’indifferenza. Ma non gli interessa veramente cosa accade agli altri, perfino a se stesso. Di fondo, c’è un grande vuoto affettivo, un’incapacità di provare attaccamento verso gli altri e di creare legami.

Diversi tipi di antisocialità: dagli emarginati ai “serpenti in giacca e cravatta”

Coloro che hanno questo disturbo possono presentarsi, all’esterno, in modi diversi: ci sono le personalità più impulsive, disorganizzate, o con un profilo socioculturale più basso, che manifestano scopertamente l’aggressività, l’irresponsabilità e la noncuranza delle norme sociali. Tipicamente hanno difficoltà a mantenere un’attività lavorativa stabile e a far fronte agli obblighi finanziari, vivendo ai margini della società.

Ci sono poi gli “insospettabili”, che celano la loro antisocialità dietro la maschera di persone per bene, di successo, socialmente ben integrate. Hanno un buon livello socioculturale o finanziario, sono padri o madri di famiglia, figli di papà, “serpenti in giacca e cravatta”, cioè rispettabili membri della società.

Comunque appaiano all’esterno, gli antisociali, di base, hanno un forte bisogno di controllo sugli altri, considerati con senso di superiorità e disprezzo. Sono crudeli, senza scrupoli, disonesti, bugiardi, manipolatori, truffatori. Li muove solo il desiderio di profitto o il piacere personale. Sono spesso irritabili, aggressivi, rancorosi, vendicativi.

Antisocialità e criminalità

La noncuranza per la sicurezza altrui, e spesso anche propria, può manifestarsi con condotte spericolate, irresponsabilità o trascuratezza verso persone a loro affidate, alta velocità, guida in stato d’ebbrezza, ecc. L’aggressività non controllata li rende propensi a scontri, risse o perpetuare aggressioni fisiche, oltre che verbali.

L’incapacità di conformarsi alle norme sociali può esitare in condotte illegali, come molestare, rubare, distruggere proprietà o altri reati, perciò possono incorre in problematiche con la legge. Talvolta si presentano sotto mentite spoglie, usando false identità o celandosi dietro falsi nomi.

Il mondo interno dell’antisociale

L’aspetto più inquietante che li caratterizza è l’assenza di rimorso: si mostrano indifferenti alle conseguenze negative delle proprie azioni, o trovano sempre una scusa e un’auto-giustificazione che li deresponsabilizzi e li assolva.

Centrale, per la comprensione del disturbo, è il deficit d’empatia: sono fondamentalmente incapaci di mettersi nei panni degli altri, di immedesimarsi ciò che possano sentire dentro, non perché manchi loro l’intelligenza, ma perché indifferenti dal punto di vista emotivo. Non sono in grado di porsi in un assetto ricettivo verso il mondo interno di un altro essere umano, di sintonizzarsi con lui sul versante intimo, affettivo. Usano piuttosto le proprie capacità intuitive per cogliere le necessità e le debolezze dell’altro e sfruttarle per il proprio tornaconto.

Un altro aspetto fondamentale di queste personalità è il narcisismo patologico: gli antisociali sono profondamente egocentrici, si sentono superiori, pensano di avere più diritti degli altri, di meritare sempre un “trattamento speciale” o uno “strappo alla regola”. Soprattutto, vivono e trattano le altre persone come oggetti, più che come essere umani, considerandoli solo per i vantaggi o i fastidi che possono loro arrecare.

Infine, c’è da considerare il discontrollo degli impulsi: sono persone che non riescono a regolare le proprie emozioni, a gestire le tensioni interne. Possono essere impulsivi in modo esplosivo, traducendo immediatamente le tensioni in condotte violente, o possono organizzare maggiormente l’aggressività, convogliandola in azioni più strutturate, sempre volte ad ottenere piacere o vantaggi a scapito degli altri. Sono inclini all’odio e al disprezzo, o ad una totale indifferenza verso il prossimo, testimonianza di una regressione ad un assetto mentale primitivo.

Come nasce il disturbo antisociale e come si riconosce

Le caratteristiche che appartengono alla personalità antisociale non si manifestano da un momento all’altro, ma si strutturano nel tempo, a partire dall’infanzia. Emergono sempre in età evolutiva, mantenendosi poi tendenzialmente stabili per tutta la vita.

Molti presentano, fin da piccoliproblemi di regolazione emotiva, irritabilità, oppositività, mancanza di controllo degli impulsi, difficoltà relazionali. Nelle famiglie degli antisociali, sono presenti spesso stili educativi eccessivamente rigidi o permissivi, ma fondamentalmente incoerenti. Sono frequenti l’incuria e gli abusi, fisici o psicologici. Da bambini, possono essere stati trascurati o maltrattati, oppure idolatrati e investiti con eccessive aspettative da parte di genitori, di fatto, in entrambi i casi, ignorati nei loro fondamentali bisogni.

La persona antisociale, prima dei 15 anni, ha sicuramente manifestato un disturbo della condotta, cioè un pattern di comportamento ripetitivo e persistete in cui sono violati i diritti fondamentali degli altri oppure le principali norme e regole sociali appropriate all’età.

Il bambino o il ragazzo spesso fa il prepotente, minaccia o aggredisce gli altri; mente per ottenere vantaggi e favori o per evitare doveri, quindi manipola e raggira gli altri; viola le regole, marina la scuola, scappa di casa o passa la notte fuori, nonostante le proibizioni dei genitori; dà il via a colluttazioni fisiche, anche usando oggetti o armi; può commettere aggressioni, furti o altri reati, come appiccare il fuoco e violare o distruggere la proprietà altrui; soprattutto, mostra crudeltà verso le altre persone o verso gli animali.

Indicatori di particolare gravità del disturbo sono:

  • la mancanza di rimorso o senso di colpa di fronte alle conseguenze delle proprie azioni, anche se può dichiarare pentimento per alleggerire la sua posizione;
  • l’insensibilità e mancanza di empatia, cioè la noncuranza o il disprezzo per i sentimenti degli altri, che vengono trattati con indifferenza e distacco;
  • l’affettività superficiale o anaffettività, cioè l’assenza di sentimenti ed emozioni verso gli altri, se non in modi superficiali, non sinceri, poco profondi, o volti alla manipolazione;
  • l’indifferenza per i risultati scolastici o in altri ambiti significativi, la mancanza di impegno e la tendenza ad incolpare gli altri per gli insuccessi.

Il disturbo della condotta in un bambino o in un adolescente è un fattore di rischio per lo sviluppo di una personalità antisociale, oltre che per disturbi dell’umore, ansia, problemi di controllo degli impulsi, disturbi psicosomatici, psicosi o abuso di sostanze, per questo non va mai trascurato.

Un altro fattore di rischio, antecedente, è la presenza di un disturbo oppositivo-provocatorio durante l’infanzia, che può emergere già prima della scuola elementare e portare poi al disturbo della condotta e allo strutturarsi di una personalità antisociale.

Nel disturbo oppositivo-provocatorio, il bambino spesso va in collera, è permaloso o facilmente contrariato, adirato o risentito, litiga con le figure che rappresentano l’autorità, le sfida o si rifiuta di rispettarne le richieste, irrita deliberatamente gli altri o li accusa dei propri errori, è dispettoso o vendicativo.

Naturalmente, non tutti i bambini oppositivi-provocatori svilupperanno un disturbo della condotta e poi una personalità antisociale, come quello descritto non è l’unico percorso che conduce a questo tipo di personalità. Sicuramente, però, l’antisociale ha strutturato, e in qualche modo manifestato, fin da piccolo le caratteristiche centrali del disturbo: l’insensibilità, l’anaffettività, la mancanza di empatia e l’assenza di rimorso.

La cosa più difficile da comprendere ed accettare è che questi deficit di base, purtroppo, non sono colmabili: l’antisocialità ha una prognosi negativa e spesso risulta vano ogni tentativo di trattamento. Queste persone, seppur profondamente disturbate, non vivono la sofferenza sul piano psicologico, ma la fanno purtroppo vivere agli altri. Per questo, giungono in terapia spesso “costretti” dai familiari, o da un tribunale, o per ottenere qualche tipo di vantaggio, senza alcuna motivazione personale al cambiamento, che in effetti molto difficilmente avviene.

Dunque, l’unico modo per arginare una personalità antisociale è metterla, per quanto possibile, nelle condizioni di non nuocere, anche e soprattutto quando si finge amichevole, pentita per i suoi comportamenti negativi o cambiata.

Bibliografia

American Psychiatric Association (2013), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione (DSM V), Tr. It. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.