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Oltre il divano

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Le paure dei bambini: come aiutare i nostri figli ad affrontarle?

Come aiutare i bambini a gestire ed affrontare le proprie paure.

Da dove nasce la paura?

La paura è un’emozione fondamentale ed ha un valore positivo, perché è il campanello d’allarme che ci permette di identificare i pericoli e difenderci da essi, dunque ci garantisce la sopravvivenza.

La paura nasce dalla percezione di un pericolo, che non è sempre presente e concreto, ma può essere anche previsto, ricordato, immaginato.

Alcune paure sono innate, altre fanno parte della crescita, altre ancora sono apprese dall’ambiente, per informazioni provenienti dal mondo adulto, che il bimbo filtra attraverso le lenti della propria immaginazione, per immedesimazione del bambino con le preoccupazioni di chi si prende cura di lui, oppure in conseguenza di eventi spiacevoli o traumatici.

La paura nei bambini

Tutti abbiamo delle paure, che ci accompagnano dalla nascita alla morte. Quello che caratterizza le paure dei bambini è che, a questa età, il confine tra realtà e fantasia, tra mondo interno ed esterno, è più sfumato, le difese sono meno strutturate, non c’è ancora un’indipendenza, né fisica né psicologica, né una capacità sviluppata di regolare le emozioni. Per questo, i bimbi hanno bisogno che l’ambiente intorno a loro si prenda carico del loro mondo emotivo e li aiuti a gestire e superare le paure tipiche della crescita, o quelle che possono subentrare in conseguenza di esperienze o situazioni specifiche.

Aiutare i nostri figli ad affrontare e gestire le loro paure, non deve essere visto come uno spiacevole inconveniente, ma come un esercizio fondamentale per la crescita psichica, in quanto rinsalda l’autostima del bambino, la fiducia in se stesso e nel mondo, il senso del legame.

Durante l’infanzia, la comparsa di nuove paure non è segno che qualcosa non va nel bambino o nel suo ambiente, ma è la testimonianza del suo sviluppo cognitivo ed emotivo e delle sua sempre maggiore consapevolezza di se stesso e della realtà che lo circonda.

Ogni età ha le sue paure

La primissima forma di paura, innata, è quella della perdita del contatto con la figura materna: il piccolo umano non ha alcuna possibilità di sopravvivere al di fuori delle cure del genitore, dunque la perdita di contatto fisico con la mamma, di cui fin dai primissimi istanti riconosce voce, odore, pelle, genere in lui una paura primordiale, che manifesterà con il pianto e la ricerca della sua vicinanza.

Verso gli 8/9 mesi nasce la paura dell’estraneo: il piccolo ora è in grado di distinguere chiaramente le figure familiari, dunque si spaventa davanti a qualcuno che non conosce e che rappresenta un incognita, dunque un potenziale pericolo. Non sempre questa paura è espressa con pianto, ma anche con timidezza, tensione, ricerca del contatto e aggrappamento alla figura di riferimento.

Verso i 12-18 mesi il bambino inizia a sperimentarsi come persona distinta e separata e ad esplorare l’ambiente in modo autonomo, prima gattonando, poi camminando. Queste nuove capacità e competenze stimolano l’angoscia di separazione, poiché il bambino non ha ancora sviluppato la “costanza dell’oggetto”, cioè la certezza che il genitore esista sempre e non sparisca, anche quando ci si allontana.

Normalmente, questa angoscia è bilanciata dalla sicurezza dell’attaccamento e dalle gioie che la crescita e l’autonomia procura al bambino e ai suoi genitori. In generale, più il bambino può contare sui genitori come base sicura e rifugio in mezzo alle sue esplorazioni, più potrà distaccarsi da loro. In quest’ottica, dipendenza e autonomia non sono affatto in antitesi, anzi è controproducente spingere un bambino ad una precoce indipendenza, negando i suoi bisogni di sana dipendenza, tanto quanto lo è inibire con mille paure o mortificare i suoi tentativi di svincolo.

L’angoscia di separazione si riattiva più volte nel corso dello sviluppo, ogni volta che il bambino si trova in un momento di passaggio, alle prese tra due spinte contraddittorie: quella ad andare avanti, verso la crescita e l’indipendenza, e quella a “tornare indietro”, per rifugiarsi in ciò che è già conosciuto e godere della protezione totale dei genitori.

Verso i 2-3 anni il bambino acquisisce maggiore autonomia e la capacità di opporsi ai genitori per affermare la propria individualità. La normale aggressività, l’ambivalenza e le tensioni legate a questa fase sono tradotte, nella fantasia del bambino e nei giochi, con la presenza di mostri, streghe, animali pericolosi, che spaventano ed affascino allo stesso tempo.

Una classica paura dei bambini in età prescolare è quella del buio, della notte, che ha anche una base biologica: al buio, infatti, è difficile vedere e proteggersi dai pericoli, che potrebbero essere in agguato ad ogni angolo. Inoltre, la notte è il momento del sonno, dell’abbandono ad un mondo sconosciuto, della separazione dalle figure di accudimento.

Altre paure frequenti sono quelle dei temporali, dei rumori forti, dei fantasmi, oppure quelle legate a personaggi di fiabe, racconti, cartoni o film.

In età scolare, il bambino è sempre più in grado di gestire la propria emotività, ma avendo maggiore consapevolezza della realtà, sviluppa nuove paure, come quella dei ladri, dei rapitori, di ferirsi o ammalarsi, dell’abbandono, della morte, che a questa età è percepita nella sua essenza di condizione definitiva ed irreversibile. Compaiono paure sociali, legate sia alla relazione e al confronto con i coetanei (paura di essere escluso o preso in giro), sia alle prestazioni scolastiche o sportive (paura di non essere all’altezza).

In ogni fase dello sviluppo, possono sopravvivere le paure precedenti, magari con nuovi significati e sfaccettature, o ripresentarsi paure ormai superate, in momenti delicati o di cambiamento, come passaggi di scuola, traslochi, nascita di un fratellino, separazioni, lutti in famiglia, ecc.

A cosa prestare attenzione 

Innanzitutto bisogna “lavorare” su tutte quelle situazioni che possono ingenerare paure eccessive e ansia nel bambino, come un clima di ansia o ostilità familiare, eccessive preoccupazioni e raccomandazioni dei genitori (“attento”, “ti fai male”), atteggiamenti di iperprotezione o di eccesso di critiche e rimproveri, intimidazioni (“se non mangi ti porto dal dottore”, “se non ubbidisci chiamo la polizia”, “se ti comporti male arriva l’uomo nero”, ecc).

Bisogna ricordare che frasi e atteggiamenti che possono sul momento sembrare “innocui” vengono filtrati con le lenti della psiche infantile e rimaneggiati nella sua fantasia, quindi possono risultare per un bambino destabilizzanti e spaventosi, anche se lì per lì può non darlo a vedere.

Di fondamentale importanza, oltre a ciò che viene detto o fatto apertamente, è l’atteggiamento di fondo del genitore, che se è ansioso o spaventato, trasmetterà questo al figlio per contagio emotivo. Ricordiamo che i bambini assimilano e si identificano con gli stati d’animo e le attitudini profonde di chi si prende cura di loro, non con le parole o con altri aspetti superficiali o di facciata.

Anche ciò che accade al bambino, come piccoli incidenti (una brutta caduta, il morso di un cane, un’umiliazione), possono gettare la base per paure che possono radicarsi, se non contenute adeguatamente dagli adulti di riferimento..

Se poi un bambino ha vissuto un trauma, una malattia, lutto familiare, un brusco cambiamento di vita, può trovare in specifiche paure, apparentemente irrazionali, il modo di “contenere” la propria sofferenza e la propria emotività in subbuglio.

Come comportarsi?

Le paure di un bambino vanno sempre accolte e rispettate, mai sminuite o ridicolizzate. Bisogna tranquillizzare il bimbo con la propria vicinanza ed il proprio sostegno, senza insistere troppo sull’irrazionalità della paura (“è inutile che hai paura del buio, guarda, non c’è niente!”), perché la logica della paura non segue la razionalità.

Le paure hanno a che fare con le emozioni profonde, sono “contenitori” che permettono al bambino di depositare, maneggiare ed esprimere aspetti di sé difficili da gestire, inquietudini ed angosce che non comprende e di cui non può parlare.

Affinché un bambino possa affrontare le sue paure, deve innanzitutto sentire che non è “solo” in questa battaglia, che ha il sostegno e la vicinanza dei genitori, che non lo giudicano, ma vivono le sue paure come un aspetto della crescita, esprimendo serenità e fiducia.

Incoraggiamo il bambino a parlarci delle sue paure, delle sue emozioni e delle sue fantasie. Possiamo anche chiedergli di disegnarle, o costruirci attorno un gioco, una “messa in scena” in cui coinvolgerci con lui. Ascoltiamolo, senza preoccuparci di offrire immediatamente soluzioni o spiegazioni, ma cerchiamo di sintonizzarci sull’aspetto emotivo delle sue comunicazioni.

Forzare un bambino a superare le proprie paure è controproducente, primo perché non dipendono da lui, non ne ha il controllo, poi perché lo farebbe sentire inadeguato, sbagliato, dunque ancora più impotente e spaventato. Anche rassicurare il bimbo in maniera eccessiva ed avere un atteggiamento iperprotettivo non sortisce buoni risultati, perché gli si trasmette il messaggio di fondo che ci sia veramente qualcosa da temere e che lui è troppo piccolo e fragile per farvi fronte. Il bambino, al contrario, ha bisogno di sviluppare il proprio senso di sicurezza, l’autostima, la fiducia in se stesso e nelle sue capacità.

Quando rivolgersi ad un esperto

Per comprendere se le paure del bambino siano normali e fisiologiche, oppure manifestazione di qualche forma di inquietudine o disagio interiore, vanno valutati diversi parametri, come la tipologia di paura in relazione all’età, la sua intensità, il suo impatto sulla vita del bambino, sulle sue attività quotidiane, la quantità e la frequenza delle paure, oltre alla loro qualità, l’associazione con altri segnali di sofferenza o disagio.

Quando le paure del bambino sono intense, persistenti e non sembrano rispondere agli interventi di contenimento e rassicurazione da parte delle figure di riferimento, è opportuno richiedere una consulenza psicologica

Bibliografia

Ammanniti M. (2001), Manuale di psicopatologia dell’infanzia, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina Editore, Milano.