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Oltre il divano

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Da cosa nasce l’invidia e perché ci fa male

Invidia, disprezzo e autostima: c’è un collegamento?

Guardando bene, si scopre che nel disprezzo c’è un po’ di invidia segreta. Considerate bene ciò che disprezzate e vi accorgerete che è sempre una felicità che non avete, una libertà che non vi concedete, un coraggio, un’abilità, una forza, dei vantaggi che vi mancano, e della cui mancanza vi consolate col disprezzo.

P. Valéry

L’invidia è un sentimento doloroso, pungente, un misto di ostilità e rancore per chi possiede qualcosa che ci manca, ma desidereremmo ardentemente. È un impulso “primitivo”, che mira a portare via all’altro ciò che ha, o in alternativa distruggerlo.

L’impulso distruttivo nasce dal bisogno di far cessare la pressione che l’altro esercita su di noi in quanto oggetto d’invidia, facendoci sentire sminuiti, danneggiati, non perché ci abbia fatto un torto o ostacoli i nostri desideri, ma perché, con la sua semplice presenza, ci ricorda le nostre mancanze e ce le rende ancora più dolorose.

L’invidia è tanto più forte quanto più la persona a cui ci paragoniamo è vicina a noi, per età, status sociale, vita professionale, interessi, ecc. In questo caso, è più difficile accettare che la sorte, il mondo, la vita abbiano decretato a lei quel successo che a noi è precluso. È più facile compararci a lei, il suo desiderio è il nostro, solo che noi non abbiamo potuto realizzarlo.

Siamo tutti invidiosi?

Tutti conosciamo i “morsi dell’invidia”, che ci pungono quando ci paragoniamo alla vicina con la famiglia perfetta, al collega in carriera, all’amica bellissima, al conoscente di successo. Tutti possiamo occasionalmente invidiare qualcuno, senza per questo ossessionarcene o farci il sangue troppo amaro.

L’oggetto della nostra invidia evoca in noi il desiderio di qualcosa che ci manca, ci sentiamo sminuiti, feriti, ma poi ci facciamo carico di questo desiderio: se è possibile, ci impegniamo per realizzarlo, altrimenti tolleriamo una certa dose di frustrazione e tristezza. Possiamo consolarci con altro, riflettere sul fatto che ognuno ha i suoi pregi e difetti, le sue fortune e sfortune. Comunque, non rimaniamo prigionieri dell’invidia e torniamo presto protagonisti della nostra vita.

La trappola dell’invidia

Nell’invidia vera e propria succede qualcos’altro: la persona non riesce a sopportare la tensione del desiderio frustrato, quel devastante senso di mancanza, e si difende con il rifiuto, la rabbia, la distruttività.

L’invidioso perde la capacità di valutare realisticamente se stesso e l’altro: precipita in un vissuto tutto-o-nulla, in cui l’altro è sul trono e lui nell’abisso. L’oggetto dell’invidia deve essere annientato, almeno nella mente, affinché smetta di farci sentire insignificanti, incompleti, mancanti.

Questa “distruzione” può avvenire tramite il rifiuto, la svalutazione, il disprezzo, i tentativi di screditare l’altro, i pettegolezzi e le maldicenze, la manipolazione e gli intrighi, la critica alla società che premia chi non lo merita, o una presunta indifferenza venata di rancore.

Una vera sofferenza

L’essenza dell’invidia non è il desiderio di qualcosa di concreto: amore, carriera, oggetti di valore, fascino, ricchezza, ecc., ma l’insopportabilità di una mancanza, di una differenza percepita come un’ irrimediabile ingiustizia.

L’invidia “patologica” tende a tornare costantemente ed ossessivamente nel corso della vita: può variare di intensità e frequenza, a seconda delle situazioni e dei periodi, può cambiare oggetto, ma continua a ripresentarsi, come un fantasma senza sepoltura.

A peggiorare il tutto c’è la condanna sociale: perché dovremmo odiare qualcuno che non ci ha fatto nulla, se non farci sentire inferiori? La società rifiuta l’invidia, perché l’invidioso rifiuta la società, con le sue regole: competere secondo determinati parametri, vincere oppure applaudire i vincenti. L’invidioso si chiama fuori da un gioco in sui si sente sconfitto in partenza, si ribella, se la prende con la sorte e con il mondo, oppure svaluta chi riesce, affermando che non lo meriti.

L’ammirazione è una forma di invidia?

L’invidia è diversa dall’ammirazione, che scatta quando il nostro modello suscita in noi l’impulso a migliorarci. L’invidia nasce da un blocco ed un ribaltamento di questo movimento di avvicinamento all’ideale, di emulazione. C’è una rottura del legame e della partecipazione, perché prevale il senso di impotenza, la depressione, la rabbia. L’odio soverchia l’amore e lo distrugge.

Invidia e gelosia

L’invidia è anche molto diversa dalla gelosia, con cui spesso è confusa, seppur possano coesistere. La gelosia è più accettata a livello sociale, perché più “evoluta”, compare più tardi nel bambino, quando inizia a rendersi conto di non essere l’unico polo d’interesse del genitore, ma di far parte di una realtà complessa, dove esistono anche gli altri, con le loro esigenze e bisogni. Per semplificare: mamma non pensa solo a me, ma vuole bene anche a papà, con cui ha un rapporto da cui io sono escluso. Nella gelosia si gioca in tre: il soggetto, l’oggetto d’amore, il rivale.

L’invidia, invece, è un primordiale gioco è a due: il bambino piccolissimo, fragile, impotente, di fronte al genitore grande, onnipotente, da cui dipende interamente per la sua stessa sopravvivenza. Un genitore mediamente attento e premuroso, in questa primissima fase della vita, non lascia il piccolo in balia di emozioni dolorose e sconvolgenti, lo calma, lo rassicura, lo gratifica. Così un basilare senso di sicurezza, fiducia e gratitudine prevale sui sui sentimenti negativi e distruttivi, che vengono accettati e integrati come normali parti dell’esperienza umana.

Se, per qualsiasi ragione, il genitore non riesce in questa funzione contenitiva e strutturante, diviene per il bambino un oggetto persecutorio, che instilla paura, impotenza, rabbia ed invidia. Queste emozioni negative primitive non riescono ad integrarsi ed assorbirsi nel normale funzionamento psichico e restano in giro, come pericolosi cani sciolti.

Il terribile sentimento di non valere

Sia l’invidia che la gelosia hanno a che fare con la fiducia di base e con l’autostima: un buono e calibrato senso di sé, del proprio valore, e una visione fiduciosa ma realistica del mondo sono il migliore antidoto verso questi dolorosi sentimenti, soprattutto nelle loro varianti più esasperate.

L’invidioso non ha una visione realistica di se stesso, con i propri punti di forza e di debolezza. Coltiva un sentimento profondo, e talvolta nascosto, di mancanza di valore. Non si sente mai abbastanza, si percepisce spesso inferiore e non all’altezza delle situazioni.

Non ha neppure una visione realistica degli altri: la persona invidiata non è vista nella sua realtà, con i suoi pensieri e sentimenti, pregi e difetti, ma come un oggetto idealizzato, che rappresenta i desideri inappagati del soggetto e tutte le sue mancanze.

L’invidia nascosta

L’invidia non è facile da accettare: implica prendere atto di un doloroso senso di inferiorità e anche dover ammettere i propri sentimenti cattivi e distruttivi verso gli altri: l’oggetto della nostra invidia ed il mondo che ha accordato a lui il successo che a noi ha negato.

Spesso questi sentimenti così negativi, che suscitano vergogna e colpa, sono nascosti dietro una cortina difensiva, grazie alla quale l’individuo maschera le proprie fragilità: può mostrarsi arrogante, sprezzante, cinico, disincantato. Può parlare male degli altri, denigrare, svalutare, spettegolare in modo maligno, come tentativo di occultare il valore di chi invidia agli altri, e soprattutto a se stesso. Oppure essere estremamente pessimista e ipercritico, ponendo sempre l’accento sugli aspetti negativi delle persone e delle situazioni, criticando a destra e manca e vedendo il marcio ovunque.

Può presentarsi come una vittima innocente della cattiva sorte, degli altri, della vita, senza assumersi mai la responsabilità di nulla. Oppure spacciarsi per un paladino della giustizia, anche se non sono tanto i torti e le ingiustizie della società a turbarlo, quanto il fatto che le regole del gioco non gli sono state favorevoli. Può desiderare e pretendere trattamenti di favore, onori e privilegi, per nascondere la debole autostima e lo smacco di un confronto con gli altri che smaschererebbe le sue fragilità.

Perché l’invidia è pericolosa e andrebbe affrontata

L’invidioso è intrappolato in un bozzolo di impotenza e solitudine, nega il valore del mondo perché non può riconoscerlo, parteciparvi, gioirne. Disprezza ciò che potrebbe amare, ammirare, conoscere, tutto ciò che potrebbe arricchirlo.

Inoltre, l’invidia è intrisa di autodistruttività: se l’aggressività suscitata dalla gelosia tende a dirigersi all’esterno, verso il “traditore” o il rivale, l’invidia esplode all’interno: con chi possiamo prendercela se non con noi stessi, se valiamo così poco? Se non siamo riusciti ad ottenere quello che desideravamo? Certo, possiamo dire che il mondo è ingiusto, la sorte ci è stata avversa, chi invidiamo in realtà è meschino, deprecabile, arrivista, o è stato solo fortunato, ma è ben magra consolazione.

Il rifiuto e la svalutazione sono i soli mezzi che l’invidioso possiede per difendersi dalla sensazione di disvalore e catastrofe, ma questi meccanismi difensivi, se danno un momentaneo senso di sollievo, purtroppo aggravano il problema, perché bloccano i processi psichici e non permettono all’individuo di percepire ed elaborare i vissuti profondi di inadeguatezza, impotenza, depressione, vuoto, rabbia, sfiducia e terribile solitudine, sottostanti al sentimento invidioso.

Per questo può essere estremamente utile, per non dire necessario, il confronto con un esperto, l’aiuto di un professionista capace di sostenere e guidare l’individuo nella risoluzione delle vere problematiche alla base del tormento dell’invidia, che possa fornire gli strumenti idonei a prendere in mano la propria vita, invece di rimanere spettatori muti e sconfitti di quella degli altri.

Bibliografia

Alberoni F. (1991), Gli invidiosi, Garzanti, Milano.

Galimberti U. (1999), Le Garzantine. Psicologia, Garzanti, Milano.