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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

Timidezza, imbarazzo e paura delle relazioni: tutto sul disturbo evitante

Introversione, imbarazzo, ansia sociale: normale timidezza o problema psicologico?

Troppi di noi non vivono i propri sogni perché stanno vivendo le proprie paure.

Essere timidi, introversi, ansiosi, anche solitari, non è certo una malattia! È un modo come un altro di essere nel mondo, che può avere vantaggi e svantaggi, ma comunque fa parte del “pacchetto” di una persona, con tutti i suoi pregi e difetti.

Altra cosa è il disturbo evitante di personalità, che causa una significativa sofferenza soggettiva e danneggia la qualità della vita della persona. Si parla di un vero e proprio disturbo della personalità quando la timidezza, l’ansia e la tendenza ad evitare le situazioni temute hanno un’entità tale da compromettere il funzionamento della persona nelle aree più importanti della sua vita: relazioni interpersonali, amore, famiglia, lavoro.

Le caratteristiche delle persone evitanti

Ci sono molte cose nel mondo che ci fanno paura. Ma ce ne sono molte di più nella nostra immaginazione.

Le personalità evitanti sono riservate, timorose, possono apparire solitarie. La loro bassa autostima, il timore dei giudizi e l’ipersensibilità al rifiuto limitano fortemente la loro vita relazionale e sociale, nei casi più gravi fino all’isolamento. Non siamo di fronte a un periodo della vita o a un momento di particolare sconforto, ma si tratta delle caratteristiche di base della personalità del soggetto che si sono strutturate in un vero e proprio disturbo.

Le persone con questo problema tendono a evitare le attività, sia sociali sia lavorative, che richiedono un significativo contatto interpersonale, perché temono la critica o il rifiuto. Sono riluttanti a mettersi in relazione con gli altri e a sviluppare rapporti intimi, almeno che non siano certi di piacere, per paura di essere umiliati o ridicolizzati. Sono inibiti nelle situazioni sociali a causa di penosi sentimenti di inadeguatezza, si vivono come socialmente inetti, non attraenti o inferiori agli altri. Difficilmente si cimentano in attività nuove o si assumono rischi personali, per non incorrere nell’imbarazzo o nell’umiliazione.

Gli “evitanti” hanno una spiccata sensibilità alle critiche e alle umiliazioni e un’eccessiva tendenza all’autocritica, proprio a causa dei bassi livelli di autostima. Pur essendo spesso persone capaci, evitano di esporsi pubblicamente, anche nei campi dove riescono meglio,  e tendono sempre a controllarsi e a limitarsi notevolmente.

Perché tanta paura?

Quanto dolore ci sono costate tutte le paure che non si sono mai realizzate.

(T. Jefferson)

Spesso queste persone, fin da piccole, hanno mostrato una particolare sensibilità, timidezza, paura degli estranei e delle situazioni nuove. Nei bambini queste caratteristiche spesso diminuiscono o scompaiono con l’età, ma alle volte si strutturano in una vera e propria organizzazione di personalità.

Nell’indagare l’infanzia delle persone evitanti, emergono spesso alcune circostanze: genitori controllanti, essi stessi troppo dipendenti dagli apprezzamenti esterni e dall’accettazione sociale, hanno insegnato loro, anche a livello implicito, a tenere in eccessiva considerazione i giudizi altrui. In famiglie di questo tipo, gli errori e le imperfezioni sono spesso fonte di imbarazzo e umiliazione. Talvolta, la situazione è tale da arrivare a pesanti critiche, punizioni, atteggiamenti di esclusione o alla derisione esplicita rispetto a normali sbagli o fallimenti del bambino o di altri familiari. In alcuni casi, il bambino è stata spinto verso una precoce e forzata autonomia, quando non era ancora pronto. O all’opposto, c’è stata la tendenza a mantenerlo in un costante stato di dipendenza. In ogni caso, gli è arrivato forte e chiaro il messaggio di non essere all’altezza e lui si è convinto di essere “limitato”, incapace. Un’altro messaggio che spesso trasmettono queste famiglie, anche inconsapevolmente, è che tutto ciò che è “dentro” il loro nucleo è buono e sicuro, tutto ciò che “fuori” può essere cattivo e pericoloso, suscitando tendenze paranoiche.

 Un pericoloso cortocircuito

La vita si restringe o si espande in proporzione al nostro coraggio.

(A.Nin)

Nel disturbo evitante, la distanza con gli altri è mantenuta per proteggersi dal rifiuto e dall’umiliazione. Non si tratta di persone che “scelgono” una vita solitaria, spesso desiderano ardentemente delle relazioni interpersonali, ma hanno troppa paura di essere giudicati e rifiutati. Possono essere disposti a entrare in relazione solo se hanno prove certe di essere accettati, ma è chiaro che questa è una condizione praticamente impossibile. Inoltre, sono talmente sensibili da percepire critiche e rifiuti anche dove non ce ne sono. Spesso i loro atteggiamenti distaccati, i comportamenti di evitamento e l’estrema timidezza, sono letti dagli altri come segno di disinteresse o “stranezza”, dunque possono suscitare diffidenza o perfino antipatia. Così s’instaura quel cortocircuito relazionale che alimenta il circuito interno di bassa autostima, paure ed evitamento.

La terapia del disturbo evitante

Fai almeno una volta al giorno una cosa che ti spaventa.

(E. Roosevelt)

Quando ci consulta una persona con questo tipo di problema, è importante capire quale sia il livello di compromissione della sua vita affettiva e sociale e indagare i vissuti associati. Se il paziente è adulto, o un giovane a cui proponiamo una terapia individuale, si esploreranno insieme le relazioni familiari di oggi e di ieri, i processi di socializzazione durante la crescita, i rapporti con le figure importanti della sua vita. Se abbiamo di fronte un bambino, chiaramente vedremo tutta la famiglia ed esploreremo i vissuti e le dinamiche familiari. Indagheremo da quanto tempo è presente il disturbo, quali sono state le circostanze di insorgenza dei sintomi, come mai la persona o la famiglia chiedono un colloquio proprio ora.

Nella terapia individuale, cercheremo di comprendere quali sono le parti del Sé vissute come inadeguate e fonte di vergogna e da quali pericoli la persona tenti di fuggire evitando i contatti sociali. Individueremo l’immagine di sé, delle relazioni e le paure connesse (modelli operativi interni). Si esploreranno le cause sottese alla vergogna, possibili vissuti di rabbia, e i temi dell’esibizione, dell’imbarazzo e dell’umiliazione, delle aspettative e degli standard interni. La persona riceverà un forte sostegno rispetto alle sue paure e ai suoi sentimenti, ma anche un deciso incoraggiamento a esporsi nelle situazioni temute, per bloccare il circolo vizioso dell’evitamento.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association (2013), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione (DSM V), Tr. It. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.

Falabella M. (2001), ABC della psicopatologia, Edizioni Magi, Roma.

Recantini L. (2008), Scusate il disturbo, Alpes, Roma.