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Oltre il divano

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Come scegliere il terapeuta. Dubbi sul professionista: sarà la persona giusta?

Spesso le persone si domandano come scegliere il professionista giusto o se quello che hanno incontrato faccia al caso loro. I dubbi possono venire su molti aspetti, anche legati alla “figura” del terapeuta: troppo giovane, troppo vecchio, donna, uomo, un po’ ingessato, eccessivamente sportivo, fastidiosamente serio, troppo scherzoso, ecc.

Nei primi incontri, non solo il terapeuta cerca di conoscere e comprendere il paziente, ma il paziente fa una sua valutazione del terapeuta, in cui spesso prevalgono aspetti di natura immediata e inconscia. Da subito, ci sentiamo a nostro agio con quella persona, oppure siamo nervosi, non ci ispira fiducia, o siamo tesi ma poi ci rilassiamo, e molte altre variabili.

Possono nascere dubbi legittimi sulla possibilità che quel terapeuta faccia al caso nostro, ma le perplessità possono essere anche un riflesso della nostra ambivalenza rispetto alla possibilità di intraprendere una terapia, lo specchio di paure più o meno nascoste, del timore di iniziare un percorso che ci deluderà, o di aprirci su un problema che, in fondo, non sappiamo se vogliamo affrontare.

La cosa migliore, in questi casi, è darsi del tempo per conoscere un minimo il professionista e riflettere con lui sulla possibilità di lavorare insieme. Nel mio approccio, questo tempo è strutturato in 4 colloqui di valutazione, reciproca e della problematica portata, al termine dei quali si decide se intraprendere o meno un percorso terapeutico.

 

Il terapeuta è giovane: ci si può fidare?

Questa domanda nasce da una mia personale casistica, perché, pur non essendo particolarmente giovane, spesso le persone che arrivano a studio si stupiscono per la mia età, o già dal primo contatto telefonico mi dicono che sembro giovane, dunque si chiedono (e a volte mi domandano) da quanto tempo esercito e quale sia la mia esperienza. Quello che in realtà si stanno chiedendo è se sono competente e se potrò aiutarli con i loro problemi.

La preparazione e la competenza di un terapeuta non sono necessariamente legate all’età, anche se il fattore esperienza incide molto su una professione come la nostra. Ma vediamo meglio in che senso.

La preparazione del terapeuta

Innanzitutto, un terapeuta, per quanto possa apparire “giovane”, ha alle spalle un lungo percorso di studi: almeno 10 anni tra università e scuola di specializzazione. E’ ovvio, quindi, che non possa essere giovanissimo.

Mentre uno psicologo, dopo la laurea specialistica, il tirocinio e l’esame di stato, può iniziare a esercitare, dunque anche prima dei 30 anni, il terapeuta, che ha davanti altri 4 anni di studio, il tirocinio, le supervisioni, la terapia personale, molto probabilmente non sarà abilitato prima dei 30, ma molto spesso dopo.

Anche se dipende dalla scuola di specializzazione, in generale, il tirocinio clinico dovrebbe garantire la possibilità di condurre, in modo autonomo, ma supervisionato, un sufficiente numero di psicoterapie, in modo da approfondire il processo terapeutico anche da un punto di vista pratico, oltre che teorico. Questa esperienza di 4 anni si va ad aggiungere a quella accumulata durante i tirocini universitari ed il lavoro come psicologo, che spesso il terapeuta porta avanti mentre si sta specializzando.

Anche finita la specializzazione, un terapeuta coscienzioso si dedica ad attività di formazione e aggiornamento continui, che includano la supervisione con tutor esperti, lo scambio con i propri colleghi, seminari e convegni, magari anche lavori di ricerca.

Gli strumenti del mestiere

Nel nostro mestiere, credo che le cose più importanti siano:

  • la preparazione teorica e tecnica,
  • l’esperienza clinica,
  • la formazione continua,
  • la personalità del terapeuta.

Quando parlo di personalità del terapeuta, intendo la sua “maturità”, il fatto di essersi sottoposto a un rigoroso percorso di terapia individuale (non solo per scopi “didattici”, ma personali), la sua cultura, la passione per il suo lavoro, la sensibilità, l’apertura mentale, l’umiltà che lo porta sempre a studiare, approfondire, confrontarsi, senza mai sentirsi “arrivato”.

Un terapeuta più giovane ha tendenzialmente meno esperienza clinica di un collega anziano, anche se le cose non sono così semplici, perché dovremmo sapere esattamente quante terapie abbia seguito l’uno e l’altro, su cosa si sia focalizzato il loro lavoro, quanti tipi diversi di situazioni abbiano potuto seguire. Poi, per capire se il terapeuta è più o meno competente, dovremmo conoscere le altre variabili in gioco: preparazione, formazione, personalità.

Come scegliere il terapeuta giusto?

Una persona, per farsi un’idea del professionista che andrà ad incontrare, può innanzitutto controllare la sua iscrizione all’Ordine degli Psicologi e l’inserimento nelle liste degli psicoterapeuti, cioè l’abilitazione all’esercizio della psicoterapia. Poi può informarsi sul suo curriculum, anche ricercandolo online, qualora il terapeuta abbia un suo sito professionale (cosa sempre più frequente).

Ma soprattutto, incontrandolo, deve farsi un’idea personale e capire se è la persona giusta, non tanto in generale, quanto per lui. Per fare questo, si può basare su alcuni indizi relazionali: un buon terapeuta sa mettere la persona a proprio agio, farla sentire accolta e prima di tutto ascoltata.

L’ascolto del terapeuta è la sua prima azione professionale, infatti è un “ascolto attivo”: mentre si concentra sulle comunicazioni del paziente, una parte della sua mente è a “lavoro”, facendosi domande, creando collegamenti, connessioni, ipotesi. Inoltre, questo ascolto non è rivolto solo alle parole del paziente, ma anche a tutta le sue comunicazioni non verbali, che spesso forniscono informazioni ancora più preziose.

Il terapeuta deve mostrarsi rispettoso della persona e delle sue difficoltà, dargli un immediato supporto emotivo e prospettargli realisticamente qual è il tipo di aiuto che può offrirgli.

Nel mio approccio, durante i colloqui di valutazione, si lavora con il paziente a una rilettura del problema da lui portato, si riflette sulle sue aspettative e sulla motivazione al trattamento. Qualora la terapia sia reputata uno strumento valido nel caso specifico, si stabiliscono obiettivi condivisi che orientino l’intervento, si definiscono le sue modalità, le tempistiche e i costi. Si stabilisce così un “accordo terapeutico”, che periodicamente può essere rivisto e aggiornato.

Un buon incontro

Al di là della preparazione e della competenza del professionista, la possibilità di intraprendere un buon percorso terapeutico dipende dall’incontro tra paziente e terapeuta. Il nostro lavoro contiene una forte e innegabile componente umana, che non può essere sottovalutata. Un buon terapeuta ha gli strumenti per aiutare la relazione a stabilirsi e andare avanti, tentando di risolvere le eventuali difficoltà. Ma c’è anche qualcosa che va oltre: paziente è terapeuta devono “trovarsi”. Una volta che si è stabilita una buona “alleanza di lavoro”, cioè la sensazione che si è “dalla stessa parte” nell’affrontare i problemi, la capacità di lavorare insieme, la possibilità di risolvere normali incomprensioni e contrasti, ci sono già delle ottime basi per fare un buon percorso terapeutico.