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Oltre il divano

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Come superare un lutto e tornare a vivere

La perdita di una persona cara porta una grande sofferenza. Come affrontarla e superarla.

“In quale profondità nasconderà la mia anima perché non veda la tua assenza,

che come un sole terribile, senza occaso, brilla definitiva e spietata?

La tua assenza mi circonda come la corda la gola, il mare chi sprofonda.”

J.L. Borges

La perdita di una persona cara è tra le prove più difficili che la vita ci pone davanti. Al tempo stesso, è un’esperienza universale, che non risparmia praticamente nessuno. Il lutto è la condizione di sofferenza che accompagna la perdita, ma anche il processo del suo superamento. Non consiste nel dimenticare la persona scomparsa, ma nell’accettare la separazione e accogliere dentro di noi la sua “eredità”.

La nostra esistenza è una sfilata di separazioni e perdite, che non riguardano solo le persone e il mondo esterno, ma anche noi stessi: ci si separa dalla giovinezza, dai progetti, dalle amicizie e dagli amori, da alcune ambizioni ed illusioni, dai rapporti come li conosciamo, perché continuamente si trasformano. Cambiamo status sociale e lavorativo, perdiamo alcune capacità mentali e fisiche, invecchiamo e noi stessi andiamo incontro alla morte. La vita è cambiamento e la perdita è il suo prezzo: solo accettando la separazione da ciò che conosciamo possiamo fare posto a qualcosa di nuovo.

In una società che tende a rimuovere la morte, può essere difficile vivere quest’esperienza, lasciarsi andare al dolore, cercare aiuto e trovare conforto. Di fronte a chi soffre per una perdita, non sappiamo come comportarci, ci sentiamo perfino a disagio. Dal canto suo, la persona in lutto si sente distante dal mondo, è assorbita nel dolore, non ha energie per i rapporti interpersonali, proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno. Può così stabilirsi un circuito di isolamento, paura, ostilità, che rende impossibile ricominciare a vivere.

Ma in cosa consiste, esattamente, il lutto?

Il lutto è la reazione sana alla perdita di qualcuno, ma anche di qualcosa di importante: una relazione, una condizione di vita, una capacità fisica o psicologica. Il lutto è come una ferita, che deve cicatrizzarsi e guarire. E’ necessario attraversare la convalescenza, se si vuole elaborare la perdita e non semplicemente occultare la ferita, che tenderebbe a cronicizzarsi e infettarsi.

Il superamento del lutto dipende dalle singole persone, dalla gravità della perdita e dal contesto sociale. Nella nostra cultura, può essere difficile affrontare la morte: non esistono rituali e consuetudini che ci guidino in tal senso. Dopo la cerimonia funebre, la società sembra chiederci di rimuovere il dolore e riprendere la vita di prima. Le persone in lutto, spesso sono a disagio o si vergognano ad esprimere pubblicamente  la propria sofferenza, evitano di parlarne anche con gli amici più cari per non “appesantirli”. Anche gli amici, frequentemente, si sentono in difficoltà e non sanno come comportarsi. A volte, si tende a evitare l’argomento perfino in famiglia, per paura che l’emotività sfugga di mano, che la sofferenza ne risulti amplificata. Molti arrivano a sentirsi in colpa se non ad riescono accantonare velocemente il dolore e riprendere subito a “funzionare” come prima.

Dopo una perdita, certo, la vita va avanti, ma rimuovere o negare il dolore, metterlo da parte troppo presto, ne impedisce una reale elaborazione. Un lutto irrisolto produce un profondo malessere interiore, che può sfociare in depressione, ansia, disturbi psicosomatici, problemi relazionali e lavorativi. I sintomi possono emergere anche ad una certa distanza dall’evento luttuoso, tanto da essere collegabili alla perdita non elaborata solo dopo un’attenta indagine clinica.

Come si supera un lutto?

Il lutto non è un evento, ma un processo, che si dispiega in tempi e modi differenti, a seconda della persona e delle condizioni. In questo percorso, possiamo identificare alcune fasi, che naturalmente hanno un valore esemplificativo. Nella realtà, tutto procede in modo indefinito, più o meno fluido, a scatti o ad ondate, e spesso solo a posteriori l’intero processo risulta intellegibile. Inoltre, le tematiche e i sentimenti tipici di ciascuna fase sono presenti anche nelle altre, solo in proporzioni diverse.

  •  La fase della negazione

La persona è sotto shock, stordita, incredula. Si difende dall’impatto traumatico delle emozioni, rifiutando di credere a ciò che è successo: “Non è possibile, non può essere vero!”. Se la persona cara è morta, può comportarsi come se fosse ancora viva, aspettandosi di vederla ricomparire da un momento all’altro. Se è andata via, può cercarla o convincersi che la separazione sia solo temporanea.

La realtà è troppo dura per essere accettata. E’ come se la mente si difendesse da tanto dolore, attraverso una cortina di ottundimento. All’inizio, questo meccanismo è funzionale, perché lascia filtrare il dolore a poco a poco, ma se la negazione diventa un muro impenetrabile, il processo del lutto non potrà avviarsi. Naturalmente, il rifiuto della perdita può assumere diverse entità e coloriture: da stati “deliranti”, in cui ci si convince che la persona assente sia ancora con noi, o possa prima o poi tornare, a situazioni molto più sfumate, in cui interiormente si vive come se la separazione non fosse mai avvenuta, o si coltivano fantasie di un possibile ricongiungimento.

  •  La fase della rabbia

Quando si comprende appieno la realtà della perdita e la sua irreversibilità, insorgono violenti sentimenti di rabbia: “Perché è successo? Non è giusto”. Si cercano i “colpevoli”. La collrra può essere rivolta contro qualcuno di esterno, per le sue presunte responsabilità, contro la persona scomparsa, per averci “abbandonato”, contro il destino o Dio, oppure contro noi stessi. Anche questa reazione inizialmente è utile, perché la rabbia ci dà vigore, protegge dai sottostanti vissuti di vuoto e disperazione, coprendo il buco nero della perdita.

  •  La fase del patteggiamento

Si tenta di capire cosa sia successo, come siano andate esattamente le cose, perché. Si cercano spiegazioni, motivazioni, soluzioni. Questo processo di razionalizzazione permette di iniziare a venire a patti con la realtà. Se si rimane bloccati in questa fase, però, si cade nella ruminazione mentale, cioè in un cortocircuito di pensieri negativi ripetitivi, ossessivi e che non portano a nulla.

  •  La fase della disperazione

Cadono le difese nei confronti del dolore, che emerge in tutta la sua violenza. La negazione, la rabbia e i tentativi di razionalizzazione lasciano il posto alla sofferenza e allo sconforto. Si è confrontati alla dura realtà della solitudine, dell’abbandono, del vuoto incolmabile. Il desiderio per la persona scomparsa è intenso, struggente. Ci si sente disperati, apatici, la vita sembra non avere più alcun senso.

E’ forse la fase più dura, ma è necessaria alla risoluzione del lutto. Solo quando ci si confronta veramente con il dolore, questo può iniziare ad essere metabolizzato.

  •  La fase dell’accettazione

In questa fase, si arriva ad accettare la perdita, riprendendo in mano la propria vita. Non scompare il ricordo della persona cara, né il dolore, che è però ridimensionato, contestualizzato.

Mentre nelle fasi precedenti si vive all’ombra della persona perduta, ora la persona scomparsa occupa un angolo della nostra mente e del nostro cuore, lasciandoci liberi di pensare e dedicarci ad altro, di continuare la nostra esistenza, portando dentro di noi l’eredità della nostra vita insieme.

Quali sono le conseguenze dei lutti non elaborati?

Se il processo del lutto non procede come dovrebbe, la perdita non viene mai superata e tende a  tornare a galla in molti modi, talvolta inaspettati, che causano sofferenza e malessere alla persona ed al suo ambiente. I lutti irrisolti sono separazioni impossibili, in cui non si accetta di lasciare andare ciò che si è perso e si continua a vivere alla sua ombra.

Tutti i lutti hanno un prezzo che deve essere pagato: il prezzo del lavoro psichico necessario alla loro elaborazione. Se la persona non paga tale prezzo in termini di lavoro mentale, lo sconterà in altro modo, attraverso disturbi psicologici, sintomi fisici, problemi comportamentali, disagi relazionali. Opure, sarà qualcun altro a pagarlo al suo posto, come nel caso dei lutti spostati, cioè scaricati su altri membri della famiglia, generando conflitti irrisolvibili o dinamiche disfunzionali. E’ il caso, ad esempio, del partner o dei figli a cui viene implicitamente richiesto di fungere da sostituti di una persona defunta.

Le difficoltà di elaborazione del lutto possono sfociare in disturbi psicopatologici, come stati depressivi, sintomi d’ansia, problemi del sonno, disordini alimentari, deficit d’attenzione, iperattività, isolamento sociale, abuso di farmaci, alcol o altre sostanze, sintomi psicosomatici, come mal di testa, problemi gastrici, dolore muscolare, costrizione toracica, sensazione di apnea, mancanza di energie.

Perché un lutto rimane irrisolto?

Il processo del lutto può risultare “congelato”, nel caso in cui la perdita sia negata, oppure può essere “complicato”, quando si ha un ritardo o un blocco nella sua evoluzione.

Ci sono persone che mantengono un rapporto simbiotico con il defunto, vivono come se fosse ancora con loro, ricordandolo in modo ossessivo, conservando tutte le sue cose o lasciando la casa immutata. Questo impedisce di contrarre nuovi legami, proteggendo così da ulteriori separazioni, ma a prezzo di un blocco delle attività vitali.

All’opposto, ci sono persone che rifiutano di ricordare i defunti, evitano a tutti i costi di parlarne, ritengono le lacrime una debolezza e continuano a vivere come se nulla fosse. Questi soggetti, orgogliosi della propria indipendenza e autocontrollo, spesso si rifugiano nell’operosità, cioè in mille impegni che evitano loro di pensare e, soprattutto, di sentire le emozioni. Quest’atteggiamento “maniacale” è l’altra faccia della medaglia rispetto alla depressione e protegge dai vissuti negativi, però a caro prezzo, poiché questi tendono ad emergere attraverso sintomi psichici.

Un’altra forma di non accettazione della perdita consiste nel lutto “delegato”, cioè vissuto per interposta persona, occupandosi del dolore di qualcun altro. Il rischio, in questi casi, è quello di crollare quando non si ha più nessuno di cui prendersi cura.

Il lutto e la depressione hanno qualcosa in comune?

Il vissuto del lutto, in parte, è simile a quello della depressione: la persona colpita sprofonda in una sofferenza che sembra senza fine. Tutto il suo mondo si trasforma: all’improvviso appare vuoto, insignificante. La quotidianità è stravolta, le relazioni cambiano: non si ha voglia di dedicarsi alle normali attività, ai rapporti sociali. La mente è assorbita dal dolore. La vita ha subito un’irreparabile frattura, la persona stessa si sente cambiata, svuotata.

A differenza della depressione clinica e del lutto patologico, il lutto normale ha una durata più o meno lunga, ma sempre definita, procedendo per tappe successive fino ad una sua risoluzione. Inoltre, il vissuto di disvalore investe più il mondo circostante che quello interiore. Nella depressione, invece, la tristezza e il vuoto tendono a cronicizzarsi ed è il Sé della persona a essere svuotato e svalorizzato.

Quando si rischia un lutto patologico?

Le persone con esperienze di vita che hanno minato la fiducia di base nella solidità e continuità delle relazioni, determinando quello che viene definito uno stile di attaccamento insicuro, sono particolarmente sensibili alla perdita delle figure di attaccamento, come genitori, partner o amici intimi. Lutti o separazione precoci, ma anche esperienze di rifuto, trascuratezza o abuso nelle prime relazioni, rendono vulnerabili alle successive esperienze di separazione, che possono precipitare la persona in uno stato depressivo patologico, da cui può essere molto difficile uscire da soli.

Il lutto può assumere una coloritura depressiva anche quando nei confronti della persona o dell’oggetto perduto si nutrono sentimenti conflittuali o ambivalenti. In tutte le relazioni ci sono aspetti negativi, ma quando l’ostilità, l’aggressività, o anche l’idealizzazione, sono particolarmente forti o inconsapevoli, risulta impossibile “lasciare andare” ciò che si è perso. Anche i sensi di colpa ci legano a doppia mandata alla persona perduta: ci colpevolizziamo per quello che gli abbiamo o detto o non detto, per tutto ciò che non è stato risolto, per i nostri stessi sentimenti.

La colpa fa parte del lutto normale, perché non esistono rapporti perfetti e di fronte alla morte non è più possibile recuperare, ma sensi di colpa esagerati sono spesso legati a una significativa ambivalenza, a  rapporti poco chiari, con troppi aspetti irrisolti, o a un eccessivo divario tra il rapporto ideale, che si sarebbe voluto avere con il defunto, e quello reale. Questi aspetti hanno una duplice valenza: riguardano ciò che è non può essere riparato nella relazione, ma anche ciò che è in irrecuperabile nella propria vita, con tutto il corredo di rimpianti e rimorsi.

Quanto dura un lutto?

Più siamo legati a qualcuno o qualcosa, più a lungo e intensamente dobbiamo vivere il lutto. Bisogna considerare che qualsiasi inibizione della sofferenza ne impedisce un’adeguata elaborazione. Le idee preconcette su quanto debba durare il lutto o su come bisogna viverlo costituiscono un grave ostacolo alla sua risoluzione, poiché contribuiscono allo sviluppo di problematiche secondarie come senso di inadeguatezza, vergogna, rabbia o colpa. Anche la mancanza di supporto sociale influisce significativamente sulla possibilità di superare una perdita.

Come aiutare una persona in lutto, o come farsi aiutare?

Di fronte a chi soffre per un lutto, la prima risorsa da mettere in campo è l’ascolto: prestare le proprie orecchie, il proprio tempo e il proprio cuore per permettergli di parlare del defunto, dei suoi sentimenti verso di lui e della sofferenza che sta vivendo, è un vero gesto di amicizia e un dono inestimabile. L’ascolto deve essere “attivo”, cioè in grado di trasmettere disponibilità, comprensione e riconoscimento dei sentimenti dell’altro. Di fronte a chi, con fatica, vincendo il pudore e l’imbarazzo, tenta di condividere la propria sofferenza, è assolutamente vietato cambiare argomento, minimizzare o banalizzare. Sono da evitare anche false rassicurazioni o frasi stereotipate volte ad una superficiale consolazione, poiché negano le emozioni ed i bisogni altrui, generando ansia, rabbia e ulteriore dolore. No anche ai giudizi, agli inutili consigli o alle frasi moralizzanti su come ci si dovrebbe sentire o comportare.

Se siamo noi ad essere in lutto, non evitiamo a tutti i costi la sofferenza, mettendo la testa sotto la sabbia, non colpevolizziamoci se non riusciamo in tempi rapidi a tornare alla vita di prima e cerchiamo il supporto e la compagnia di persone fidate, con cui parlare dei nostri sentimenti, ma anche fare una passeggiata o prendere un caffè senza sentirci giudicati, criticati o sollecitati a “riprenderci” in fretta.

Né la persona che soffre né chi lo ascolta debbono temere che parlare del dolore lo renderà più grande, anzi poterlo pensare e metterlo in parole contribuirà, con il tempo, a farlo sciogliere come neve al sole.

Nel caso di complicazioni e difficoltà nel superamento della lutto, non bisogna esitare a chiedere aiuto ad un professionista qualificato, che sicuramente potrà aiutarci a gestire la situazione e a superare una problematica che altrimenti tenderebbe ad amplificarsi e cronicizzarsi.

Se avete bisogno di informazioni o aiuto potete rivolgervi allo studio di psicologia di Roma.

 

Bibliografia

Bowlby J.(1978), Attaccamento e perdita, Vol.2: la separazione dalla madre, Bollati Boringhieri, Torino.

Kast V. (1996), L’esperienza del distacco, Red Edizioni, Como.

Kübler Ross, E. (1990). La morte e il morire, Cittadella Editore, Padova.

Racamier P.C. (1993), Il genio delle origini. Psicoanalisi e psicosi, Raffaello Cortina Editore, Milano.