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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

Come le esperienze infantili condizionano le nostre relazioni di oggi

Chi è cresciuto in famiglie in cui i rapporti erano difficili e dolorosi, non si libera facilmente di questa eredità, che tende a traslare nelle nuove relazioni, rendendole spesso un inferno. Vediamo perché: c’è una spiegazione precisa, ed anche una via d’uscita.

L’amore lo impariamo in famiglia, perché le cure, l’affetto, le attenzioni ricevute, aprono la strada agli scambi emotivi con l’altro e costituiscono la base per ogni rapporto futuro.

In altri termini, attraverso le modalità con cui i genitori si comportano con noi, e tra di loro, impariamo precocemente le regole non scritte sulle relazioni: cosa ci si può aspettare, cosa no, cosa si può chiedere e dare, cosa bisogna pretendere, ecc.

Più le relazioni primarie (del bambino con i genitori) sono una base sicura, cioè caratterizzate da una sana relazione d’appoggio, in cui il piccolo può appoggiarsi ai genitori per la regolazione dei propri stati affettivi, per la gestione delle pulsioni, per la costruzione di valide teorie su come funzionano la mente degli altri, i rapporti ed il mondo, più le relazioni affettive future saranno improntate alla fiducia ed alla capacità di tutelare contemporaneamente il benessere proprio ed altrui.

Spesso, purtroppo, le relazioni a cui siamo precocemente esposti e di cui veniamo ad essere parte, possono non essere sane, basate sulla fiducia, l’ascolto, la tutela degli spazi privati, il rispetto delle differenze e delle esigenze altrui, ma possono presentare diverse problematicità, che il bambino non è in grado di leggere come tali, ma vivrà come “normali”, anche se di questa normalità soffrirà molto e se ne potrà ammalare.

Un altro aspetto grave è l’autocolpevolizzazione: il bambino, a causa della sua immaturità affettiva e psicologica, ha un pensiero egocentrico, cioè interpreta le cose principalmente in riferimento a se stesso. Dunque, se mamma è sempre triste o arrabbiata, la colpa è sua, perché non è abbastanza bravo. Se papà si chiude in camera, è perché non vuole stare con lui, forse si è comportato male. Se i genitori litigano, è a causa sua, anche perché spesso litigano proprio su questioni che lo riguardano!

Questa autoattribuzione di responsabilità non deriva solo dal pensiero egocentrico, ma anche da un meccanismo difensivo inconscio: i genitori sono per il bambino tutto, lui sa che senza di loro non potrebbe vivere, dunque ha un disperato bisogno di sapere che lo amano e che saranno “buoni” e “giusti” nei suoi confronti. Quando i genitori si “comportano male”, lo spaventano, lo feriscono, lo sminuiscono, oppure sono sempre arrabbiati o tristi, il bambino, automaticamente, preferisce pensare di aver fatto qualcosa di male lui, che dunque può correggere, piuttosto che sentirsi impotente e perso.

Ogni bambino preferisce pensare che c’è qualcosa che non va in lui, piuttosto che nei genitori, perché la dipendenza da loro è assoluta: sono le sue coordinate nella vita, la fonte di ogni regola e insegnamento su come stare al mondo, senza di loro, semplicemente, non esisterebbe.

Dalle esperienze che facciamo nelle nostre relazioni d’attaccamento ricaviamo regole e modelli che interiorizziamo, cioè mettiamo dentro, e che andranno a strutturare la nostra psiche. I modelli operativi interni sono costruzioni psichiche, che nascono a partire dalle prime esperienze relazionali, con la funzione di vere e proprie mappe che ci danno informazioni preziose per orientarci nei contesti relazionali:

  • la rappresentazioni del Sé, come mi percepisco nella relazione con l’altro (buono, cattivo, capace, senza valore, forte, succube, …);
  • la rappresentazione dell’Altro, cioè come è l’altro e, soprattutto, come è nei nostri confronti (benevolo, affidabile, crudele, sadico, indifferente, …);
  • la rappresentazione della Relazione, cioè positiva, accogliente, pericolosa, minacciosa, precaria, ecc.

Questi modelli sono centrali non solo per interpretare una situazione relazionale come buona, cattiva, e così via, ma anche per orientare i nostri comportamenti, in base alle aspettative che abbiamo sull’altro (ci accoglierà, ci attaccherà, negherà la realtà delle nostre percezioni … ) ed al vissuto di noi stessi nel contesto relazionale (deboli, dipendenti, arrabbiati, delusi … ).

I modelli operativi interni son così potenti che, quando ci troviamo in una condizione di particolare vulnerabilità emotiva o stress, il modello può fagocitare la realtà, così ciò che percepiamo può essere abbastanza distante dalla verità dei fatti.

Ad esempio, se siamo di fronte ad una persona critica potremmo percepirla, a livello emotivo, anche come ostile e minacciosa (come lo era nostro padre quando ci sgridava ingiustamente); noi ci sentiremo allo stesso modo di allora (impotenti, umiliati, pieni di rabbia); così la relazione attuale diventerà il ricettacolo di fantasie inconsce che hanno a che fare con questo nostro “tasto dolente”.

Continuamente “leggiamo” negli altri intenzioni e stati d’animo che potrebbero non appartenere loro, e conviviamo con il legittimo dubbio (sarà così?), ma in determinate circostanze, in cui è chiamato in ballo qualche nostro “nervo scoperto”, l’attribuzione, basata su una proiezione, può essere così massiccia da impedirci di prendere in considerazione qualsiasi lettura alternativa.

In generale, ovunque ci siano potenti reazioni emotive, nel bene e nel male, c’è sempre in ballo, a qualche livello, ciò che tocca il nostro mondo infantile di bisogni, desideri, paure, rabbia, che tutti noi adulti conserviamo ancora dentro.

Possiamo essere portati, ad esempio, ad attribuire all’altro intenzioni più malevole, o comunque diverse dalle sue reali, e sentirci di fronte a lui fragili, sguarniti, delusi, arrabbiati, in una maniera eccessiva rispetto alla portata della situazione attuale, ma che piuttosto rimanda a dinamiche passate. Di questo, molto spesso, non siamo affatto consapevoli, o lo siamo limitatamente.

Insomma: dove ci aspettiamo fortemente qualcosa, corriamo il rischio di vederla anche quando non c’è. Ma vi è di più: poiché la disconferma di un’aspettativa radicata, anche se negativa, causa nella mente un certo livello di stress, possiamo fare in modo, sempre inconsciamente, di far accadere esattamente quello che ci aspettiamo, attraverso un potente meccanismo psichico chiamato identificazione proiettiva.

Ad esempio, siamo convinti che il nostro capo abbia intenzioni malevole nei nostri confronti, che non ci apprezzi e ci tratti con sufficienza. Per quanto questa convinzione possa essere basata su dati di fatto, è anche frutto di una proiezione: sentiamo e pensiamo delle cose nei suoi confronti e le spostiamo dentro di lui, non mantenendo il beneficio del dubbio, ma essendo convinti di sapere cosa c’è nella sua testa. A questo punto agiremo verso di lui in maniera ostile, irritata, contrariata (per quanto possiamo tentare di nascondere i nostri sentimenti, essi verranno a galla), rendendolo realmente (o ancora di più) insofferente nei nostri confronti. È la profezia che si autoavvera.

Un altro aspetto molto importante, legato alla conferma delle aspettative interne radicate, è quello della coazione a ripetere: la persona si trova sempre nello stesso tipo di relazioni (con il partner, amichi, colleghi, ecc), per i seguenti motivi:

  1. da una parte, inconsapevolmente, sceglie e riconosce un modello familiare (es. fare “quella che aiuta”) e ciò che è familiare, per quanto frustrante o doloroso, fa sempre meno paura di ciò che è sconosciuto;
  2. dall’altra parte, questo rappresenta un tentativo inconscio di cambiare le carte in tavola: prendere una situazione nota, che ci ha fatto soffrire, e trasformarla in qualcosa di diverso, rivivere da adulti, attivamente, una situazione subita passivamente da bambini, vincere finalmente e trionfare sui propri fantasmi infantili.

Purtroppo, difficilmente andrà a finire così, perché i modelli operativi interni, se non affrontati ed elaborati, ci portano a mettere in scena e rivivere sempre gli stessi copioni, al di là dei nostri desideri e delle intenzioni coscienti.

Ad esempio, nelle storie d’amore, potremmo ripetere sempre le stesse dinamiche di fondo, seppur in situazioni completamente diverse, e talvolta a ruoli alternati: essere sedotti e abbandonati, fare da genitore amorevole ad un “bambino” ribelle, aver bisogno di esercitare un controllo assoluto sull’altro, essere totalmente dipendenti, essere sadici o violenti, subire passivamente la volontà dell’altro, essere distruttivi o autodistruttivi, ecc.

Come può succedere questo, con partner anche molto diversi? Tutti noi, e in particolare chi ha ferite o bisogni inappagati profondi, abbiamo una specie di radar, che ci permette di intuire molto velocemente se un potenziale partner ha le caratteristiche fondamentali per recitare il “nostro copione”, che abbiamo bisogno di mettere in scena, pur non volendolo consciamente o addirittura essendo convinti di fare il contrario.

La persona si incastrerà bene con noi, avendo bisogni inconsci complementari, o comunque funzionali al nostro/suo gioco: il prevaricatore incontra una “vittima”, una crocerossina (o crocerossino) il partner “da salvare”, il maniaco del controllo la persona che, assecondandolo passivamente o ribellandosi a gran voce, ma senza fare nulla di più, gli permette di esercitare questo ruolo, ecc.

Da queste posizioni, possono dipanarsi tutti i possibili intrecci narrativi, ma spesso, sotto forma diversa, si continuano a fare gli stessi giochi, che risultano frustranti, ed alla lunga noiosi, ma non ci sono sul piatto alternative, se non la rottura, spesso impossibile a causa della profonda dipendenza reciproca che i rapporti disfunzionali comportano, proprio perché basati sulla continua messa in gioco di dinamiche affettive dolorose, profonde ed inconsce.

Seppur i partner si sono scelti liberamente e ognuno porta liberamente il proprio contributo, dal punto di vista delle dinamiche interne, questi rapporti sono tutt’altro che liberi, anzi sono rapporti forzati, coatti, spesso insoddisfacenti ed estremamente dolorosi.

Il problema grande è che la persona cresciuta in una famiglia in cui la “normalità” era fatta di tensioni, silenzi, prevaricazioni, ostilità nascoste o urlate, negazione dei bisogni emotivi dell’altro, indifferenza o violenza, difficilmente capirà che non è normale sentirsi così male in un rapporto affettivo.

Particolarmente difficile è fare chiarezza, quando il clima familiare non era caratterizzato da violenza o incuria palesi e gravi, quanto da dinamiche più sottili, ma altrettanto pervasive e nocive: manipolazioni, aspettative eccessive, tendenza a suscitare nell’altro sensi di colpa se non si adegua ai bisogni familiari, colpevolizzazioni per i tentativi di separazione e autonomia, ostilità negata e nascosta, segreti e bugie, vittimismo, ecc.

Quando una persona cresciuta in tali contesti avrà problemi di rapporto, penserà che “le relazioni sono così”, che quello che subisce è il male minore rispetto alla solitudine, o che è lei sbagliata, responsabile delle reazioni negative dell’altro, che non potrà mai avere o meritare di meglio. Dirò di più: spesso non è neppure in grado di immaginarselo, che ci può essere di meglio, a causa della sfiducia di base nei rapporti umani, o lo immagina a livello cognitivo, mentre a livello affettivo, profondo, “pensa” l’esatto contrario.

In queste situazioni, è inutile sottolineare l’importanza di un percorso psicologico che aiuti la persona a conoscere e comprendere a fondo le dinamiche psichiche e l’eredità che porta in ogni nuova relazione, che tipo di partner sceglie (seppur nella loro apparente diversità) e perché, con che aspettative si approccia al rapporto, che ruolo attribuisce, e fa giocare, all’altro, in relazione a quale ruolo che lei gioca, e si attribuisce. Quando è nato tutto ciò e a cosa serviva quando è nato. E oggi, a cosa serve?