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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

Chiedimi se sono (in)felice

Cosa ci serve perché la nostra infelicità di oggi possa diventare la nostra felicità di domani?

Le persone più felici non sono necessariamente quelle che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.

K. Gibran

La questione della felicità e dell’infelicità è troppo complessa per essere racchiusa in poche parole, un articolo o anche un libro di mille pagine, perché riguarda l’esistenza stessa dell’uomo, la sua più intima natura.

L’uomo, come gli altri animali, possiede strutture cerebrali e meccanismi comportamentali istintuali, volti alla sopravvivenza: il cervello “primitivo” (tronco dell’encefalo) è la sede degli istinti primari, delle funzioni del corpo autonome, dei comportamenti di lotta e fuga, competizione e accoppiamento.

Condividiamo poi, con i mammiferi, il cervello “emozionale” (sistema limbico), sede delle emozioni, che presiede anche ai nostri comportamenti di cura e vicinanza con gli altri.

Ma l’uomo si differenzia dagli altri animali per l’incredibile sviluppo della neocorteccia, sede del del linguaggio, dell’apprendimento, della memoria e del pensiero astratto.

L’uomo è l’unico animale che conosce la propria finitezza, costantemente fa i conti con il pensiero della morte, si fa domande sul significato della sua vita, si preoccupa di questioni che vanno al di là del suo immediato presente, è chiamato a dare un senso alla propria vita, che non è scontato né dato una volta per tutte.

Qui entra in gioco l’infelicità. Si dice che il tempo presente sia l’unico che ci appartenga, ma moltissimi di noi hanno difficoltà a stare con se stessi, nel qui ed ora, senza niente da inseguire, niente che ci distragga. In realtà, essere soli con se stessi è la prova più difficile, perché bisogna conoscersi e non aver paura ad affrontare i propri fantasmi.

Tutti noi siamo in qualche misura in lotta con noi stessi e con la nostra vita. Ma c’è una grande differenza tra soffrire, perché la vita ci mette davanti a prove difficili, e ammalarsi psicologicamente. In fondo, i disturbi psichici sono “dolori che non sono riusciti ad evolvere”.

Anche se non siamo l’unica specie che sia ammala a livello psichico o che somatizza il proprio malessere nel corpo, nell’uomo la sofferenza mentale può dare luogo a manifestazioni molto varie e complesse: problemi d’ansia, depressione o disturbi dell’umore, turbe del sonno o dell’alimentazione, dipendenze, disturbi del comportamento, violenza contro gli altri o contro se stessi, pensieri ossessivi ed intrusivi, condotte che vanno al di là del nostro controllo, fino ai deliri e le allucinazioni, in cui le perturbazioni del mondo interno si riflettono sul mondo esterno, trasfigurandolo e rendendolo un luogo ostile e spaventoso.

Si dice che “il diavolo non sia brutto come lo dipingono”. Cosa vuol dire questo? Che la vita reale, per quanto possa essere dura e spietata, non è ostile né persecutoria: nessuno ce l’ha con noi, le cose “brutte” semplicemente, purtroppo, capitano.

ll nostro mondo interno, invece, può essere popolato da fantasmi spaventosi, in relazione alle nostre esperienze di vita e ai traumi che abbiamo subito. Niente può essere più brutto di ciò che può accadere nella nostra fantasia, se non abbiamo gli strumenti psichici per contenere ed elaborare le nostre angosce.

Immaginiamo un bambino piccolo, al buio, in una stanza: questo bambino sarà terrorizzato, non da una minaccia obiettiva, ma dalla perdita dei suoi punti di riferimento, dall’essere solo, senza strumenti, confrontato con il vuoto e con l’angoscia di morte. Sono le figure genitoriali i punti di riferimento del bambino, che placano le sue angosce primordiali, accendono la luce, gli raccontano una favola, lo abbracciano. Questo processo di consolazione, di ridimensionamento delle paure attraverso un lavoro mentale, è quello che il bambino piano piano interiorizzerà e farà proprio.

Se va tutto bene, infatti, noi adulti siamo in grado di calmarci da soli, anche nei momenti più difficili, o siamo di chiedere aiuto se l’angoscia diventa eccessiva, avendo fiducia che un’altra mente, insieme alla nostra, possa essere in grado di contenere anche i dolori e le paure più devastanti.

Quando questa capacità di contenimento ed elaborazione mentale della sofferenza, delle tensioni e dei conflitti è meno sviluppata, per diversi motivi, o l’angoscia è troppo forte e travalica le capacità dell’individuo e/o del suo ambiente di gestirla, si può manifestare una sintomatologia psichica, che deve essere intesa come l’unica “soluzione” che la persona ha trovato per tamponare il proprio malessere.

Questo malessere si esprimerà allora con sintomi che investono l’interiorità della persona (ansia, depressione, turbe dell’umore, ossessioni), o verrà espulso all’esterno attraverso i comportamenti (disturbi della condotta, aggressività diretta verso se stessi o verso gli altri, dipendenze).

I sintomi psichici sono sempre espressione di una sofferenza non pensata, non gestita, e sono una “soluzione” a tale sofferenza sotto almeno due punti di vista: quello dell’economia interna della persona, che tampona così le sue angosce, e quello del suo mondo relazionale, ponendosi come un “messaggio” per il suo ambiente. Possono comportare “vantaggi secondari”, cioè servire alla persona per influenzare e in qualche modo controllare, inconsapevolmente, chi le è vicino, o servire alle persone vicine per influenzare e controllare, sempre inconsapevolmente, la persona.

L’individuo non è un mondo a se stante, dunque la sua sofferenza non può essere considerata separatamente da quello dell’ambiente in cui vive: più una persona è “adulta”, più può imparare ad autogestire i propri stati interni e a mettere limiti verso l’esterno, ma in generale, quando c’è un malessere in un sistema familiare, se ne possono fare carico i singoli individui, che diventano i “problematici” o i “capri espiatori”, viceversa ci possono essere persone che non assumono su di sé la propria sofferenza, ma fanno “ammalare” chi è vicino con i loro comportamenti.

Cosa possiamo fare, dunque, con la nostra sofferenza, con la nostra infelicità?

Inquadrarla: quali sono le condizioni, interne ed esterne, della nostra infelicità? Su quali abbiamo potere d’azione? Come interpretiamo le cose cambia il nostro modo di viverle?

Elaborarla: pensare a questa infelicità, verbalizzarla, confrontarsi con in un contesto “sicuro”, come la stanza del terapeuta, è la condizione di base per metabolizzarla e superarla.

Risolverla: non possiamo eliminare l’infelicità dalla nostra vita, ma possiamo trovare nuovi punti di vista e soluzioni. Spostare il locus of control (percezione del controllo) dall’esterno all’interno, riappropriandoci di un controllo realistico sulla nostra vita, cambiando ciò che possiamo cambiare e accettando ciò che non possiamo controllare.

La felicità, in fondo, non è l’assenza di problemi o dispiaceri, ma la consapevolezza di avere il controllo, e la responsabilità, della propria vita, di essere in grado di affrontare le sfide dell’esistenza, senza mai lasciare il “volante” in mano agli altri, o alla sorte.

L’autostima gioca un ruolo centrale nella percezione della felicità: essere soddisfatti di ciò che si è, al di là di ciò che si ha, avere fiducia nelle proprie capacità, ci mette nelle condizioni di avere questo senso di padronanza rispetto alle nostre vite che ci garantisce di non disperare neppure nei momenti più bui.

Avere una buona, e realistica, percezione di noi stessi ci permette anche di avere una sufficiente fiducia negli altri, di circondarci di persone valide, che ci fanno stare bene, senza cadere in relazioni “tossiche” che minano il nostro equilibrio e il nostro benessere.

In conclusione, le persone più felici sono quelle che hanno la capacità e gli strumenti (psicologici) per “sopportare” e assumere su di sé la propria infelicità, guardarla in faccia, senza negarla, coprirla con i sintomi, buttarla fuori con i comportamenti o attribuirla agli altri, in attesa di trovare le soluzioni più appropriate ai propri problemi e insoddisfazioni.