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Oltre il divano

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Abbuffate compulsive: quando il cibo diventa una droga

Perché il rapporto con il cibo può diventare una battaglia e una dipendenza? Cause e trattamento delle abbuffate compulsive.

Per molti il rapporto con il cibo è un campo di battaglia: una lotta sfiancante con se stessi, con il proprio corpo, dalla quale non si riesce mai ad uscire vincitori. Diete su diete, sacrifici, restrizioni e poi abbuffate su abbuffate, e ancora diete, oppure la rinuncia totale al controllo sull’alimentazione, con gravi danni alla salute e alla propria autostima.

Sentirsi fuori forma, grassi, brutti, fuori controllo, senza volontà e senza valore. Questa è la sofferenza che molte persone vivono silenziosamente, più o meno segretamente.

E quei terribili episodi di abbuffate compulsive, in cui la sensazione è quella di cadere in trance, di non riuscire a dominarsi. Si smette solo quando ci si sente sul punto di scoppiare, ma presto si è pronti a ricominciare. Ricominciare le abbuffare, le diete, senza tregua, fino allo sfinimento.

Tecnicamente le abbuffate sono episodi cui una persona mangia in un dato periodo di tempo una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui assumerebbe nello stesso tempo o in circostanze simili. La compulsività che caratterizza l’abbuffata consiste in una brama insaziabile che determina una perdita di controllo sul proprio comportamento, con la sensazione di non riuscire a fermarsi, né a controllare ciò che si sta facendo.

Molti pazienti riferiscono un senso di estraniamento, uno stato di trance in cui si è consapevoli di cosa accade, ma non si riesce a dominarsi La perdita di controllo può non essere limitata all’episodio di abbuffata, ma sfociare in una rinuncia generale a controllare la propria alimentazione. In alcuni casi, le abbuffate possono essere pianificate.

Le abbuffate possono avvenire con frequenza diversa, da una volta a settimana a più volte al giorno. Durante l’episodio, la persona può mangiare qualsiasi cosa, ma molti tendono a preferire cibi che avrebbero altrimenti evitato.

Quale è il problema? Ecco i disturbi che portano ad abbuffarsi

Dal punto di vista clinico, abbiamo due disturbi alimentari in cui sono presenti le abbuffate compulsive:

1. Nella bulimia assistiamo a ricorrenti abbuffate associate a condotte compensatorie, volte a tentare di prevenire l’aumento di peso: vomito, abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o attività fisica eccessiva. Il cibo ed il peso diventano una vera e propria ossessione. L’eccessiva attenzione alla forma e al peso del corpo influenza indebitamente l’autostima e tutta la vita della persona.

2. Nel disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), invece, le abbuffate non sono associate alla messa in atto sistematica di condotte compensatorie, volte al controllo del peso, ed hanno queste caratteristiche:

  • la persona mangia molto più velocemente del normale;
  • non smette finché non si sente sgradevolmente piena;
  • mangia grandi quantità di cibo anche se non è affamata;
  • mangia sola a causa dell’imbarazzo per quanto sta mangiando;
  • si sente disgustata verso se stessa, depressa o molto in colpa.

Le persone che si abbuffano tipicamente si vergognano dei propri sintomi, che cercano di tenere il più possibile nascosti: le abbuffate avvengono in solitudine, in segreto.

Perché ci si abbuffa?

L’abbuffata ha la funzione di tamponare i vissuti negativi, angoscianti, di riempire il senso di vuoto e solitudine, di placare le ansie e le paure, salvo poi far sprofondare la persona in uno stato ancora più doloroso, di disperazione, autosvalutazione, senso di colpa e schifo per se stessi.

Il rapporto con il cibo può diventare una vera e propria ossessione: conto delle calorie, programmi alimentari serrati, ecc., fino a quando la tensione non diventa eccessiva e si perde nuovamente il controllo, finendo con l’abbuffarsi.

Cosa scatena le abbuffate

I fattori scatenanti delle abbuffate tipicamente sono:

  • emozioni o pensieri angoscianti;
  • stati d’ansia o vissuti depressivi;
  • bassa autostima, autosvalutazione;
  • vissuti negativi verso il proprio corpo e il proprio peso;
  • noia e senso di vuoto;
  • condizioni stressanti, come conflitti, problemi in famiglia, a scuola o a lavoro.

La stesso essere a dieta rappresenta un fattore di stress che può indurre l’abbuffata, poiché la restrizione alimentare spinge, anche da un punto di vista chimico, alla ricerca di cibo.

Il cibo come una droga

Da un punto di vista psicologico, la difficoltà principale che hanno le persone che si abbuffano è quella di gestire le emozioni, le tensioni, i conflitti. Non avendo altre strategie per affrontare e risolvere i propri stati di tensione interna sono inclini ad “agirli” all’esterno, come accede nelle altre dipendenze in cui è predominante l’aspetto della compulsività (alcolismo, tossicodipendenza, dipendenza dal gioco).

Il meccanismo è lo stesso di quello che agisce nel caso di assunzione di droghe: quello che la persona inizialmente considera, almeno a livello inconscio, una “soluzione” ai suoi problemi, la sostanza magica che solleva l’umore, riempie i vuoti, scaccia dalla mente i pensieri sgradevoli, diventa esso stesso il problema grave, poiché non si sa come uscirne.

Il circolo vizioso della abbuffate tipicamente è questo: le emozioni negative, lo stress, la bassa autostima, le restrizioni alimentari causano un forte stato di tensione interna, che la persona non sa come affrontare. L’unico sfogo possibile è il cibo. L’abbuffata tampona momentaneamente i vissuti negativi, ma getta in un profondo stato di prostrazione, disgusto di sé, colpa, che porta nuovamente a cercare consolazione nel cibo.

Gli eventuali tentativi di mantenere un regime alimentare controllato non possono che fallire, poiché la persona non ha altri strumenti per affrontare le tensioni e i conflitti.

Il problema diventa anche di ordine biologico, poiché anche nel caso di comportamenti compulsivi che non implicano uso di sostanze si determinano modificazioni cerebrali, soprattutto a livello dei circuiti che mediano la gratificazione e la ricompensa. Inoltre, il disordine alimentare crea alterazioni nel senso di fame e sazietà, nel metabolismo, nel funzionamento gastrointestinale, che rendono ancora più difficile tornare ad un funzionamento normale.

La volontà non c’entra: bisogna chiedere aiuto!

Le persone che si abbuffano tipicamente si vergognano dei propri sintomi, che cercano di tenere il più possibile nascosti: le abbuffate avvengono in solitudine, in segreto. È anche difficile che si rivolgano ad un professionista, o perché non riescono a inquadrare il problema nella giusta prospettiva, quella psicologica, o perché sono sfiduciate e credono che nessuno le possa aiutare.

Spesso si cade in un grande equivoco, quello della forza di volontà: se fossimo più forti, più disciplinati, più integerrimi, tutto questo non accadrebbe, potremmo avere il corpo che desideriamo, la vita che desideriamo. Basterebbe controllarsi!

Ma non è così: il problema non ha niente a che fare con l’autocontrollo, con la disciplina. Siamo nel regno delle turbe della psiche. I disturbi alimentari non passano con la forza di volontà, perché segnalano un malessere profondo che deve essere visto, di cui ci si deve fare carico.

Per questo è necessario rivolgersi ad uno specialista, che possa aiutare la persona ad uscire dal tunnel.

Bibliografia

American Psychiatric Association (2013), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione (DSM V), Tr. It. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.

Favaro A., Satonastaso P. (1996), Anoressia e bulimia. Guida pratica per genitori, insegnanti e amici, Positive Press, Verona.