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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

Depressione e adolescenza. Adolescenti tristi, apatici, scontrosi: quando preoccuparsi?

Come distinguere tristezza, apatia e labilità dell’umore tipiche dell’adolescenza da una vera e propria depressione o altre situazioni psicopatologiche.

L’adolescenza è un periodo di profonde trasformazioni e turbamenti. Il ragazzo e la ragazza perdono l’equilibrio che avevano raggiunto durante l’infanzia, con se stessi e con il proprio ambiente, e devono trovare nuovi equilibri ed adattamenti. Questo è un vero e proprio lavoro psichico, tutt’altro che facile, sia per l’adolescente sia per la sua famiglia.

Perché gli adolescenti soffrono?

Tutti gli adolescenti soffrono, in una certa misura, perché sono confrontati a delle “perdite” importanti:

  • la perdita del corpo bambino, con la sua “quiete” e la stabilità della sua immagine;
  • la perdita dell’onnipotenza infantile, cioè il senso di poter essere e diventare qualunque cosa;
  • la perdita del legame con i genitori dell’infanzia, vissuti come punti di riferimento assoluti.

Tutto questo ha portato alcuni autori, anche in maniera provocatoria, a chiedersi non tanto perché alcuni adolescenti siano depressi, quanto come facciano tutti gli altri a non esserlo!

Il corpo che cambia e la nuova immagine di sé

In adolescenza il corpo si trasforma profondamente e questo corrisponde a una grande “fatica mentale” che l’adolescente deve fare per rimaneggiare l’immagine di sé, venire a patti con la nuova forma del corpo e le nuove sensazioni che ne derivano, rivedere il proprio status rispetto agli altri.

La ragazza e il ragazzo devono “prendere le misure” di un corpo in rapida trasformazione: si sentono goffi, impacciati. Questo li può portare a prendere le distanze da alcune attività dell’infanzia, sia sportive sia culturali. Irrompono sulla scena le pulsioni sessuali, che turbano l’equilibrio fino a quel momento raggiunto, creando tensioni e nervosismi.

L’adolescente si interroga ansiosamente sul suo corpo e sui suoi cambiamenti, si guarda a lungo allo specchio, si sente insoddisfatto della propria immagine, può vivere alcune parti di sé come deformi (dismorfofobia) o sviluppare preoccupazioni per la propria salute (ipocondria).

La ricerca della propria identità

Ai cambiamenti fisici, si aggiungono le modificazioni che l’adolescente apporta al proprio corpo in quanto veicolo di scambi sociali: il modo di vestire, la pettinatura, gli atteggiamenti, per prendere le distanze dalle abitudini dell’infanzia e dai genitori e costruire il nuovo sé.

In questo processo si aprono le porte al senso di smarrimento e all’angoscioso interrogativo: chi sono io? L’adolescente non è più se stesso bambino, e deve faticare per trovare se stesso adulto. È sulla linea d’ombra: sa cosa non è più, ma non sa ancora cosa sarà.

Crescendo, l’adolescente si definisce, e più si definisce più perde la possibilità di essere ogni cosa, cioè l’onnipotenza infantile. Inoltre, deve rinunciare ai genitori dell’infanzia, che agli occhi infantili tutto sanno e tutto possono, nel bene e nel male. Impara che i genitori sono essere umani fallibili e questo lo disorienta e spaventa: non può più ricorrere a loro per essere guidato e protetto, deve imparare a contare su se stesso.

Umore triste ed instabile: fino a che punto è normale?

Noia, apatia, tristezza e sbalzi d’umore sono in una certa misura “normali” in adolescenza e fanno parte del processo di crescita. Il ragazzo e la ragazza sono presi da profondi turbamenti interiori e da emozioni forti ed intense, verso le quali si difendono come possono.

L’adolescente è spesso preso dalla noia, dalla mancanza di interesse per tutto, ha la sensazione che il tempo non passi mai, che non c’è niente che valga la pena fare. Questa noia è appunto una difesa da emozioni vissute come violente e pericolose, ma anche, talvolta, contro una vera e propria depressione. Per questo l’atteggiamento annoiato e passivo non dovrebbe essere troppo criticato o preso di mira dai genitori.

Tipico è anche uno stato di tristezza indefinita, che lascia il posto all’eccitazione quando qualcosa improvvisamente cattura emotivamente l’adolescente, per cui si passa dall’esuberanza gioiosa a momenti d’isolamento e prostrazione. L’instabilità dell’umore non deve né preoccupare troppo né fare pensare che il ragazzo non sia sincero.

L’adolescente può difendersi dagli stati depressivi anche immergendosi in attività totalizzanti (musica, videogiochi) o lasciandosi andare a condotte impulsive, talvolta pericolose: alta velocità, alcol o sostanze stupefacenti, ecc.

Quando preoccuparsi?

Se è vero che gli adolescenti possono essere svogliati, scontrosi, avere sbalzi d’umore o andare incontro a periodi di tristezza o ansia, bisogna stare attenti e monitorare che questi stati siano intermittenti, cioè che il ragazzo o la ragazza conservino i propri investimenti positivi: l’impegno a scuola, gli interessi, le amicizie, senza andare incontro a chiusure eccessive o a comportamenti autodistruttivi.

Non è facile, per occhi non esperti, distinguere una depressione clinica in adolescenza, perché raramente gli adolescenti si mostrano apertamente depressi o si dichiarano tali.

Un segnale importante di depressione è il rallentamento psicomotorio, cioè un rallentamento che si manifesta sia sul piano fisico-motorio (stanchezza, apatia, mancanza di energia), sia su quello del pensiero (perdita di fluidità e connessione tra le idee, lentezza e impoverimento del pensiero).

L’adolescente depresso è invaso da un pensiero unico, bloccato: tutto è inutile, sono un buono a nulla, non ce la farò mai, sono brutto/a, tutti mi prendono in giro, è colpa mia, non sono abbastanza interessante, nessuno mi ama.

Il senso di svalorizzazione può intaccare anche le relazioni con i pari: l’adolescente non si sente al’’altezza, quindi si chiude in se stesso, non se la sente di confrontarsi con gli altri.

La perdita di interesse o piacere è talvolta apertamente dichiarata: disinteresse per la scuola, per le relazioni con i coetanei, per la pratica sportiva o culturale abituale. In alcuni casi, questo è espresso con un’enunciazione contraria: l’unica cosa che mi interessa è … (ascoltare musica). La mancanza di energia, la fatica nel fare ogni cosa, sono una caratteristica tipica della depressione, che può essere o meno collegata alla perdita d’interesse.

All’umore triste si alterna lo stato ansioso: sono frequenti crisi di pianto, paura di “scoppiare”. A volte l’ansia è alimentata dalla paura dei sentimenti di tristezza e dei pensieri angoscianti legati allo stato depressivo.

Assistiamo ad un ritiro sociale, familiare, affettivo: l’adolescente si chiude nella sua camera per ore, resta indifferente davanti alla tv, si isola dal gruppo di amici. Questo ripiegamento può essere interrotto da crisi di collera o comportamenti impulsivi, quando qualcuno o qualcosa dall’esterno interviene a stimolarlo, non reggendone l’impatto emotivo.

Quando lo stato depressivo intacca la capacità di attenzione e concentrazione e i voti scolastici si abbassano, questo è vissuto come una catastrofe, la conferma alla sensazione di non valere nulla. Altrimenti. si può avere un disinvestimento difensivo che si manifesta con un apparente disinteresse per la scuola, dovuto in realtà alla paura di non farcela. Spesso queste difficoltà sono interpretate da genitori e insegnanti come segno di pigrizia, con un ulteriore danno all’autostima dell’adolescente.

I sintomi che devono essere valutati da un esperto

La valutazione dello stato depressivo in adolescenza non è semplice, poiché in questa fase della vita la depressione si manifesta tipicamente in forma mascherata. A differenza dell’adulto, l’adolescente non presenta la “maschera depressiva”: il suo volto non ha un aspetto depresso, raramente si dichiara triste, anche se può dire che si annoia, che ha la testa vuota, che è stanco di tutto.

Ci sono però sintomi importanti associati agli stati depressivi, la cui presenza e intensità andrebbe valutata da un clinico esperto, poiché non sempre di immediata evidenza:

  • rallentamento psicomotorio: stanchezza, apatia, mancanza di energia, perdita di fluidità delle idee e impoverimento del pensiero;
  • turbe del sonno: difficoltà di addormentamento, frequenti risvegli, incubi, sonno eccessivo;
  • turbe dell’alimentazione: perdita di appetito, restrizioni alimentari, abbuffate, alimentazione disordinata;
  • sentimenti di svalorizzazione, idee di indegnità e colpevolezza;
  • ritiro e isolamento sociale;
  • perdita di interesse per le attività abituali;
  • difficoltà di attenzione e concentrazione
  • problematiche scolastiche, calo del rendimento;
  • ansia, agitazione, crisi di pianto;
  • idee di morte e tentativi di suicidio.

Altri sintomi costituiscono invece degli equivalenti depressivi, cioè compaiono al posto dell’umore depresso, mascherandolo e rendendo più difficile una sua valutazione:

  • disturbi del comportamento: disobbedienza, assenze ingiustificate da scuola, crisi di collera, fughe, condotte delinquenziali;
  • passaggi all’atto: condotte impulsive e pericolose (abuso di alcol o stupefacenti, condotte sessuali disordinate, alta velocità, risse, ecc);
  • autodistruttività: tendenze masochistiche, autosabotaggio, predisposizione a incidenti;
  • formazione di un’identità negativa, tendenza ad attirare l’attenzione;
  • mancanza di energia, stanchezza, noia;
  • nervosismo, ipereattività, aggressività, instabilità;
  • preoccupazioni relative alla scuola, fobia scolastica;
  • tendenze nevrotiche;
  • disturbi psicosomatici (gastrointestinali, dermatologici, respiratori, alimentari, ecc);
  • ipocondria (paura delle malattie).

L’insieme di questi sintomi, perché si qualifichi uno stato depressivo di rilevanza clinica, deve essere durevole e fisso, anche se non presente in ogni momento. Succede a volte che il ragazzo conservi un’attività che riesce a investire in modo particolare, o che in alcuni momenti della giornata si mostri vivace e reattivo, e questo può far pensare che non sia realmente depresso. Per questo è importante l’opinione di un clinico esperto di età evolutiva.

È raro che l’adolescente depresso cerchi spontaneamente l’aiuto di un adulto, ha piuttosto la tendenza a rifiutarlo, a dire che non ha bisogno di nulla, a mostrarsi indifferente o ostile. Per questo è importante che i genitori, gli insegnanti ed i terapeuti stessi, di fronte agli inequivocabili segni di sofferenza sopra descritti, si attivino in maniera opportuna, al di là di quella che può sembrare la volontà del ragazzo di essere “lasciato in pace”.

 

Bibliografia

Marcelli D. (1993), La depressione in adolescenza, Masson, Milano.