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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

Solitudine: amica fidata o acerrima nemica?

Essere soli con se stessi: incubo o risorsa preziosa? Dipende: “nella solitudine uno trova solo ciò che porta”.

La solitudine è una condizione umana legata all’esperienza della separazione: l’essere o il sentirsi soli a confrontarsi con la vita e con il mondo, come in fondo siamo, pur nella ricchezza del nostro rapporto con gli altri, essendo l’uomo, di base, un animale sociale.

Per incontrarsi bisogna prima separarsi

La prima separazione, per ogni persona, è la nascita, la rottura dell’esperienza di unione simbiotica con la mamma. Questa “frattura” ci porta per la prima volta a contatto con il mondo, con qualcuno che è Altro da noi.

Separarsi è la condizione necessaria per incontrarsi: il bambino incontra la madre, ed il mondo, solo dopo essersi separato da lei. Crescendo, ogni tappa nell’acquisizione dell’autonomia e dell’individuazione ci mette a contatto con la separazione: per vivere dobbiamo essere altro da chi ci ha generato, cresciuto, educato. Questo è vitale, emozionante, ma anche spaventoso e terrorizzante.

Mille solitudini

La solitudine può essere uno stato transitorio o duraturo, può essere desiderata e ricercata, accettata di buon grado, o subita con sofferenza, per circostanze di vita o problematiche psicologiche e relazionali.

Nella solitudine, si determina una condizione di rapporto privilegiato con se stessi, che non è sempre facile e fecondo, ma talvolta angoscioso e minaccioso.

Ci sono persone che stanno molto bene con se stesse, sono particolarmente gelose dei loro spazi e difendono la solitudine come un’amica preziosa. Ci sono altre che non sanno stare da sole e queste tipicamente hanno problemi, anche se non sempre evidenti, anche nelle relazioni con gli altri.

La solitudine va distinta dall’isolamento: mentre nella solitudine si mantiene un rapporto interiore di dialogo e scambio con il mondo, che rende l’esperienza feconda, di crescita, nell’isolamento i rapporti con il mondo sono recisi, la vita interna si inaridisce e prevale una sentimento si sconforto ed abbandono.

Scelta, obbligo o difesa?

Nella solitudine come scelta libera, la persona si ritaglia uno spazio per stare con se stessa, riflettere, coltivare i propri interessi, dare respiro ai propri pensieri ed alla propria creatività. In questo spazio privato, prova piacere, o si confronta con i propri dolori, ma comunque l’esperienza è vissuta come un arricchimento personale.

C’è poi la solitudine dolorosa, l’isolamento che non è una scelta, anche se può mascherarsi come tale. La persona soffre della sua condizione, desidererebbe avere la compagnia di qualcuno che le stia vicino, oppure utilizza la solitudine come un nascondiglio o una difesa dai problemi relazionali, dall’ansia sociale o dall’aggressività. Il senso di vuoto, in questo caso, è opprimente e si tende a riempirlo con forme d’esistenza effimere e private di significato.

C’è chi “sceglie” la solitudine per paura del rapporto con gli altri, perché ha il terrore di affezionarsi a qualcuno e poi rimanerne deluso, o di venire abbandonato, ma essenzialmente questa è paura della propria dipendenza, di venire travolti dai bisogni e delle aspettative verso gli altri, qualora si lasciassero a briglia sciolta.

La capacità di stare soli: dove nasce e come si sviluppa

La capacità di essere soli è uno dei indici più importanti dello sviluppo emotivo della persona. Deriva dalla possibilità di entrare in contatto con il nostro mondo interno, trovandovi un posto sufficientemente accogliente e confortante.

Le premesse di questa tranquillità sono:

  • la capacità di regolare le emozioni e gli impulsi, che altrimenti diventano violenti, disturbanti e minacciosi;
  • una buona dimestichezza con la lettura dei propri stati interni, in modo che non vi siano contenuti nascosti particolarmente inquietanti;
  • la possibilità di esercitare un auto-contenimento e controllo sui propri contenuti mentali ed affettivi;
  • la capacità di tollerare e sostenere le tensioni e i conflitti interiori;
  • la possibilità di calmare e ridimensionare le angosce profonde.

Queste capacità si sviluppano all’interno della relazione di accudimento con le figure genitoriali, che per il bambino provvedono ad una sorta di “regolazione esterna” degli stati interiori, che è di fatto una regolazione interattiva e, con il tempo, diventa un’autoregolazione: il piccolo mette dentro le funzioni contenitive e calmanti dei genitori e le fa proprie, riuscendo con la crescita a orientarsi e calmarsi da solo.

La capacità di autoregolazione porta all’autonomia e all’indipendenza, che si fondano appunto sull’aver vissuto quando ne avevamo bisogno, cioè nell’età della crescita, una sana relazione di dipendenza con figure di riferimento presenti, emotivamente solide e disponibili, senza abbandoni traumatici, inversioni di ruolo, cioè richieste di accudimento emotivo dei genitori verso i figli, manipolazioni o pretese eccessive nei nostri confronti.

Appoggiarsi all’esterno: bisogno e pericoli

Quando non si hanno avuto modelli sufficientemente validi e presenti di regolazione e contenimento degli stati affettivi, cioè è mancata una buona relazione d’appoggio, questa autoregolazione delle tensioni interne non è possibile e la persona si trova a doversi sempre appoggiare a qualcosa d’esterno, come altre persone o un attivismo frenetico, per mantenere un equilibrio e non sprofondare nell’angoscia.

Questo viene a mancare l’appoggio costituito dal partner, dalla famiglia, dal gruppo di amici o dalle attività legate alla vita sociale e lavorativa, la persona può andare in crisi, sviluppare ansia, panico, depressione, problemi psicosomatici o altri disturbi psichici.

Può tentare di “auto-curarsi” con modalità inutili e pericolose, come abuso di alcol e sostanze, abbuffate, acquisti sfrenati, gioco d’azzardo o altre condotte compulsive, che alla fine non fanno che accentuare il problema di base.

Gli altri come prigione

Le persone che non stanno stare da sole tendono avere problemi con gli altri, perché nelle relazioni non cercano un libero scambio, ma un appoggio per le loro insicurezze ed angosce.

Si determinano così rapporti di dipendenza, in cui si ha troppo bisogno dell’altro per farne a meno. Questa dipendenza può essere spaventosa ed oppressiva e determinare conflitti tra avvicinamento e allontanamento, tra ricerca spasmodica della compagnia degli altri e fuga, perché non sono mantenute le adeguate distanze e c’è un eccessivo investimento e invischiamento nelle relazioni.

Nelle relazioni di dipendenza patologica, le persone non possono vivere né insieme né separate: ci possono essere conflitti, crisi, perfino dinamiche d’abuso, ma il rapporto non si interrompe perché non si riesce ad affrontare il senso di solitudine e il fatto di ritrovarsi soli con se stessi, senza l’altro su cui proiettare il proprio malessere e la colpa di tutti i propri guai.

Amica solitudine

Il segreto della solitudine è che ci trova ciò che ci porti dentro: se si sta male da soli, invece di cercare freneticamente la compagnia degli altri o di tamponare il dolore e la noia con attività frenetiche o condotte compulsive, che non fanno che spostare e amplificare il problema, bisognerebbe chiedersi perché non si è una buona compagnia per se stessi.

Già questa domanda ci libera dalla dipendenza, perché cercare appoggio in una persona cara è giusto e sacrosanto, ma nessuno potrà mai colmare i nostri vuoti interiori e risolvere le nostre angosce. L’aiuto che chiediamo alle persone vicine rischia di diventare una prigione, una fonte di risentimento e rancore verso gli altri, che non si dimostreranno mai all’altezza delle nostre aspettative.

Diventare amici di se stessi è il primo passo per apprezzare la solitudine e riconoscere una buona compagnia.