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Oltre il divano

Approfondimenti e novità dal mondo della psicologia

Non tutta la rabbia viene per nuocere

Ci arrabbiamo spesso? Non ci arrabbiamo mai? Qual è il vero significato della rabbia? Vediamo perché arrabbiarsi non è sempre un male, e come limitare i danni.

Le tigri dell’ira sono più sagge dei cavalli della sapienza.

(W. Blake)

La rabbia è un’emozione fondamentale, cosiddetta “primaria” perché innata e presente in tutti gli esseri umani, a prescindere dalla provenienza geografica e culturale: in America, in Cina o in una sperduta foresta dell’Amazzonia, i bambini piccoli, e gli adulti, si arrabbiano esattamente come noi.

Internamente, la rabbia si sperimenta come una tensione esplosiva, che richiede uno sfogo attraverso una scarica motoria, cioè un’azione, il pianto o l’uso delle parole. È quella voce interiore che ci urla di reagire perché ci stanno facendo un torto, ci spinge a combattere, rivendicare i nostri diritti, non lasciarci sottomettere.

La rabbia è la nostra “guardia del corpo”

Le emozioni universali, come rabbia, paura, gioia, tristezza, sono il corredo che madre natura ci ha fornito alla nascita, per comunicare a livello emotivo con le persone che si prendono cura di noi e garantirci la sopravvivenza.

La rabbia è una delle possibili reazioni ad una situazione avversa, in cui si sperimenta la frustrazione di un bisogno o desiderio oppure un vissuto di minaccia, attacco o ingiustizia. È interessante che la tipica espressione a “denti stretti”, che caratterizza la rabbia, sia così simile al digrigno di un animale che mostra i denti, preparandosi ad attaccare, a testimonianza della radice biologica di tutte le emozioni di base e della loro funzione evolutiva, legata alla sopravvivenza.

Arrabbiati si nasce, aggressivi si diventa

Se la rabbia è un istinto primario, le sue manifestazioni, cioè tutte le possibili forme dell’aggressività, sono apprese e si sviluppano nel proprio ambiente culturale e sociale.

Come dicevamo, nessuno ci “insegna” ad arrabbiarci. Nei bambini piccoli l’aggressività è legata all’attività motoria: i  neonati contrariati urlano e scalciano, più tardi i bimbi possono usare le mani e i morsi, ma non hanno consapevolezza delle conseguenze sociali delle loro azioni, dunque non “picchiano” per fare male, bensì semplicemente per “scaricare” la tensione interna. Talvolta, i genitori rimangono turbati da questi comportamenti e si domandano dove li abbiano appresi, ma la risposta è che sono normali e spontanei.

Se arrabbiati “si nasce”, con la crescita, e con l’aiuto dei genitori, impariamo a “controllare” le emozioni, a rimandare la gratificazione dei bisogni, a prendere in considerazioni le esigenze altrui, a gestire le frustrazioni. Oltre a questo, apprendiamo le modalità con cui, nel nostro ambiente, è considerato lecito manifestare l’aggressività e come rispondere a torti e offese.

Le diverse facce della rabbia

La parola “aggressività” ha una duplice significato: da un lato si riferisce alla distruttività, alla tendenza ad annientare gli altri o se stessi, dall’altro all’affermazione di sé, dunque ad una risorsa preziosa, volta all’autodifesa e all’adattamento nel proprio contesto sociale.

La rabbia “creativa”, non ostile, è alla base del della tenacia nel perseguimento dei propri obiettivi e della sana competizione. Poi c’è la rabbia“silenziosa”, che no sfocia in gesti o parole rivolte all’esterno, ma è sepolta dentro e riemerge attraverso i tratti del carattere, come inibizioni, ossessioni, tendenze all’autosabotaggio o atteggiamenti passivo-aggressivi. Infine, c’è la rabbia “violenta”, in cui prevale l’istinto di distruggere.

I falsi miti sulla rabbia

Sulla rabbia circolano molti miti e convinzioni errate. A differenza di quanto ritenuto in passato, la tendenza alla collera non è direttamente proporzionale al livello di frustrazioni subite, cioè non è detto che una persona che subisca molte privazioni o ingiustizie automaticamente diventi più aggressiva di un’altra che ne abbia subite meno. Inoltre, le condotte aggressive non possono essere stimolate o inibite, in modo semplicistico, attraverso dei rinforzi, cioè non bastano premi o punizioni a determinare come una persona si comporterà in tal senso.

Sempre contrariamente a quanto si credeva un tempo, sfogare la rabbia, di per sé, non ha alcun valore catartico, cioè non aiuta a liberarsene. È vero che, per evitare azioni impulsive, può essere utile uno sfogo o un diversivo, ma questo funge da “tappo” momentaneo, non risolve il problema. Invece, lasciarsi andare alla rabbia, con il pretesto di “sbollirla”, non fa che peggiorare la situazione, perché la gratificazione provata nel sottomettere o umiliare il “nemico” spinge a cercare una sempre maggiore soddisfazione, cadendo nel vortice della violenza. Anche le fantasie, come quelle di vendetta, tendono ad autoalimentarsi, nonostante talvolta siano l’unico sfogo possibile di una mente messa sotto pressione.

Non è utile né sano aspettarsi in un adulto, e a maggior ragione in un bambino, un’assoluta assenza di rabbia. Chi non si arrabbia mai non è “maturo”, o “santo”, se non in rari casi, mentre la maggior parte delle volte è una persona inibita, che non sente di avere il diritto di arrabbiarsi, o ha grandi pretese su se stesso, oppure cova una rabbia così intensa da temere, inconsciamente, che se la lasciasse uscire, ne verrebbe travolto.

Quando la rabbia diventa un problema?

La rabbia serve a renderti efficiente. Questa è la sua funzione per la sopravvivenza.

Se ti rende inefficiente, mollala come una patata bollente.

(P. Roth)

La rabbia ci predispone all’azione e questo ha un grande valore adattivo. Infatti, agire la rabbia non è sbagliato in sé, perché farci “muovere” per modificare una situazione avversa è esattamente lo scopo di quest’emozione. Spesso, però, la collera non ci permette di soppesare i pro e i contro dei nostri comportamenti, dunque possiamo mettere in atto condotte inutili o, peggio distruttive, ed alla fine, oltre ad avere ancora il problema di partenza, dobbiamo anche affrontare le conseguenze negative della nostra impulsività.

Comunque arrabbiarsi, oltre che utile, è soprattutto normale ed umano. Dovremmo preoccuparci solo quando una rabbia eccessiva ci rende vulnerabili, ci mette nei guai, ci crea problemi con gli altri, oppure, viceversa, un’estrema accondiscendenza, segno di inibizione della rabbia, non ci permette di difenderci, affermarci e di farci valere.

In generale, nei bambini scolarizzati, e negli adulti, manifestazioni continue ed estreme di rabbia, come la sua totale assenza, sono il sintomo che qualcosa non va.

Quanto, e quando, bisogna arrabbiarsi?

Tutti sono in grado di arrabbiarsi. Ma farlo con la persona giusta, con la giusta intensità, nel modo e nel momento giusti e per un giusto motivo, è cosa da pochi.

(Aristotele)

Arrabbiarsi troppo, spesso, anche per questioni banali, porta conseguenze negative nella vita della persona, che vive male, o fa vivere male gli altri, sviluppando problemi a casa, con gli amici, a scuola o a lavoro. Da punto di vista psicologico, una tendenza eccessiva alla collera segnala qualche tipo di disadattamento interiore, su cui sarebbe bene a interrogarsi.

Viceversa, anche non arrabbiarsi mai può essere un problema: infatti, la collera ha lo scopo di segnalarci la possibilità di stare subendo un torto o un ingiustizia, permettendoci di reagire. Ci sono individui che considerano molto negativamente il fatto di arrabbiarsi, o nei quali la rabbia è particolarmente inibita, per una serie di motivazioni. Queste persone tendono a rimuovere o negare qualsiasi sensazione, emozione o pensiero associati alla rabbia, non andando mai in collera, ma avendo difficoltà a reagire di fronte ai soprusi, e spesso perfino a riconoscerli.

In realtà, non è solo importante quanto ci si arrabbia, ma soprattutto quando: ci sono circostanze in cui la rabbia è una reazione sana, dunque è importante poterla sentire e “coltivare”. Ma bisogna anche saperla indirizzare in strategie attive volte a modificare, per quanto possibile, la situazione avversa.

Cosa fare con la nostra rabbia?

Trattenere la rabbia è come trattenere un carbone ardente con l’intento di gettarlo a qualcun altro:

sei tu quello che si scotta.

(Buddha)

Abbiamo visto come la collera non vada lasciata a briglia sciolta, ma neppure vada trattenuta, perché sarebbe estremamente nocivo. Dunque che fare?

La rabbia va innanzitutto percepita, cosa, come abbiamo visto, non scontata. Quando possiamo “sentirla” appieno, possiamo iniziare a cercarne le origini, il significato e a mettere in campo delle soluzioni.

Analizzando un singolo episodio d’ira, spesso le persone sono consapevoli di quale sia la goccia che fatto traboccare il vaso, ma non sanno dire molto su questo “vaso”. Anche sulle circostanze, possono non avere le idee chiare, dunque bisognerà confrontare più episodi salienti, alla ricerca di collegamenti nascosti tra elementi apparentemente lontani. Dunque, vedere se la rabbia è legata a una specifica tematica, dinamica relazionale, o vissuto interiore.

Sappiamo che la rabbia chiede uno sfogo: oltre all’azione, o al pianto, un importante mezzo di espressione sono le parole, che possono essere usate come “coltelli”, ad esempio quando si litiga, oppure come strumenti di pensiero, ad esempio in una conversazione costruttiva tra amici, o in psicoterapia. Proprio il pensiero è il più grande strumento per contenere la rabbia, ed è anche la strategia più “matura”, non solo perché è l’ultima ad essere acquisita nella crescita, ma anche perché è la più utile, priva di controindicazioni e, soprattutto, efficace.

A differenza di un’azione impulsiva, il pensiero non mette un “tappo” alla tensione emotiva, ma la “digerisce”, sciogliendola come neve al sole: questo è ciò che chiamiamo metabolizzazione. A differenza di una singola mossa vincente, il pensiero non risolve una parte del problema, ma allarga l’orizzonte, modificando il punto di vista: questo è quello che chiamiamo elaborazione. Inoltre, il pensiero ci permette di immaginare e mettere in campo strategie efficaci per una migliore gestione degli episodi di rabbia, nonché di trovare soluzioni durature per le problematiche alla base di questo vissuto.

 

Bibliografia

Cerutti R., Manca, M. (2006), I comportamenti aggressivi. Percorsi evolutivi e rischio psicopatologico, Edizioni Kappa, Roma.

Fonagy, P. (1996), Attaccamento sicuro ed insicuro, Kos, 126, 26-32.

Novelletto A. (2001), Le figure della violenza. Introduzione teorica e stato del problema, Adolescenza e Psicoanalisi, 1, Psycomedia Home Page.