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Oltre il divano

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Burn-out: “bruciati” dal lavoro

Tutto sullo sindrome da esaurimento lavorativo: come riconoscerla, le cause e come affrontarla.

Uno dei sintomi di stress ed esaurimento nervoso che si avvicina è la convinzione che il proprio lavoro sia terribilmente importante.
(B. Russell)

Burn-out significa “bruciato”. Ma da cosa, esattamente?

Con questo termine ci si riferisce ad una forma di esaurimento professionale dovuto allo stress, alle difficoltà e alle frustrazioni del lavoro.

Che sia libero professionista o impiegato, il lavoratore in burn-out è stanco, esaurito, vive il lavoro con malumore e irritazione, oppure si sente svuotato, deluso, impotente rispetto ai problemi a cui deve far fronte. Non si tratta di una mancanza di amore per la propria professione, poiché l’interesse e la passione non escludono l’impatto negativo dello stress sulla qualità della vita.

Non sempre un senso di stanchezza professionale deve essere interpretato come un segno di burn-out: talvolta un certo disagio, una certa insoddisfazione, è espressione di un sano desiderio di cambiamento nella propria vita lavorativa.

Il burn-out, invece, è una condizione specifica di cedimento psicofisico, che può essere diagnosticata solo tramite un’attenta valutazione, oltre che delle condizioni lavorative “oggettive”, della personalità del soggetto e delle dinamiche dell’organizzazione in cui è inserito.

Quali professioni sono più a rischio?

Questa sindrome può colpire ogni tipo di lavoratore, ma è tipica delle “professioni di aiuto”, dunque ne sono particolarmente afflitti medici, infermieri, psicologi e psichiatri, operatori sociali e sanitari, ma anche insegnanti e sacerdoti.

Tutte queste attività, infatti, implicano un contatto diretto con l’utente, con il peso emotivo e le difficoltà che ne conseguono. In queste professioni è coinvolta tutta la persona, anima e corpo, e vengono messe in gioco le proprie risorse interne, oltre alle capacità professionali.

Spesso, gli individui che intraprendono queste carriere sono idealisti, desiderosi di aiutare gli altri, ambiziosi, con grandi aspettative sul proprio lavoro, perfezionisti. Coltivano, talvolta inconsciamente, una sorta di “mistica professionale” che li porta a misurare il proprio valore sulla base di standard elevati e perfino irrealistici, che non tengono conto delle reali circostanze e limitazioni in cui si svolge il proprio mestiere.

I casi tipici … e tutti gli altri

Ci sono diverse tipologie di lavoratori che possono andare incontro al burn-out. A titolo esemplificativo, vediamo alcuni “tipi”, ricordando che non esiste un “caso da manuale”, anzi spesso vediamo situazioni sfumate, in cui sono presenti in misura diversa le caratteristiche che andremo a descrivere.

Ci sono i professionisti sempre in prima linea, che non si fermano mai, sentono fortemente le responsabilità del proprio lavoro e si fanno carico di tutto, senza riuscire mai a “staccare la spina”. Ci sono gli ambiziosi, che rincorrono mete sempre più alte, lasciando che il legittimo desiderio di carriera fagogiti altri importanti aspetti della loro vita.

Entrambi questi tipi di lavoratori tendono a sentirsi infaticabili, “onnipotenti”, così trascurano se stessi e la vita privata, arrivando spesso all’esaurimento senza accorgersene. Talvolta, la goccia che fa traboccare il vaso è uno spostamento, una promozione o qualche altro cambiamento, anche extra-professionale, che mina il loro già fragile equilibrio.

Ci sono poi i delusi dal lavoro, per le gratificazioni aspettate e mai ottenute, per la scorrettezza di colleghi o superiori, per eventuali ingiustizie subite. Se queste delusioni non sono elaborate, se non si riorganizzano le aspettative e i progetti, questi lavoratori vanno incontro a uno stato di prostrazione e demotivazione, in un circolo vizioso che rende ancora più duro e insoddisfacente il lavoro e i rapporti professionali.

Un’altra categoria è quella dei professionisti distaccati, che svolgono il loro mestiere in modo routinario, ripetitivo, non facendo né più né meno del proprio dovere. Anche questi, però, rischiano una forma di esaurimento, poiché la mancanza di stimoli logora a lungo andare la vita professionale e personale, esponendoli a forme talvolta mascherate di depressione.

Ci sono poi i professionisti sopraffatti dai ritmi di lavoro e da un eccessivo carico di responsabilità, ma che non riescono a smarcarsi, perché pensano di potercela fare, di dover solo stringere un po’ i denti, temendo che mettere in discussione il proprio carico lavorativo danneggerebbe la loro posizione o aspettando un avanzamento di carriera. Di fatto, non possono o non sanno riorganizzare il proprio lavoro e rimangono imprigionati in una routine logorante a tempo indeterminato.

Il legame tra stress e burn-out non è così semplice!

Non c’è una correlazione diretta e lineare tra stress e burn-out: persone sottoposte alle stesse condizioni lavorative possono reagire in maniera diversa, come anche la stessa persona in differenti momenti della sua vita. Inoltre, non esiste una demarcazione netta tra “normale” stress lavorativo e burn-out, ci troviamo piuttosto su una linea di continuità, con diversi livelli di disadattamento.

Quello che è importante sottolineare è che il burn-out non è l’esito obbligato dello stress lavorativo, ma piuttosto un’inadeguata gestione di tale stress, un processo inefficace di adattamento, che rappresenta una soluzione di compromesso, l’unica che la persona è riuscita a trovare per far fronte ad una situazione non altrimenti gestibile.

Cosa succede, in concreto?

Il burn-out è espressione della fatica, della delusione, della disperazione e del senso di impotenza causati dal contrasto tra il sincero desiderio di aiutare gli altri, o di fare bene il proprio lavoro, e i limiti della professione e del servizio in cui si opera.

Quello che succede è che un professionista precedentemente impegnato, di fronte allo stress lavorativo, in assenza di adeguate risorse per gestirlo, non riesce a far altro che disimpegnarsi, ritirarsi nel proprio guscio, sperimentando una profondo senso di prostrazione e disagio, che spesso si riversa anche nella vita privata.

Attenzione: il burn-out non arriva all’improvviso!

Questa sindrome non emerge all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, ma è l’ultimo passo di una serie di tentativi falliti di far fronte ai vissuti negativi sperimentati sul lavoro. Il tutto assume una particolare gravità quando la persona non è consapevole di cosa le stia succedendo, delle dinamiche profonde del proprio malessere, dunque non può farvi fronte in maniera adeguata.

Spesso, questi professionisti sono restii ad ammettere di aver bisogno di aiuto, perché di solito sono loro quelli che aiutano gli altri, o perché coltivano un’immagine di se stessi sempre positiva e vincente. Per questo, tendono a negare o sottostimare le proprie difficoltà, è raro che ne parlino con i colleghi ed anche con amici e familiari, spesso, non vanno al di là di qualche generica lamentela sul proprio carico di stress. In tal modo, la loro condizione non può che peggiorare, perché aumentano i vissuti di solitudine, alienazione ed impotenza.

Tre passi nel burn-out: la progressione tipica

Poiché il burn-out è una condizione che può colpire tutti e, se presa in tempo, è perfettamente reversibile, vediamo la sequenza tipica di eventi che porta a tale stato di esaurimento:

  1. Stress lavorativo: c’è uno squilibrio tra le richieste dell’ambiente e/o le aspettative del professionista su se stesso e le reali risorse a disposizione, a livello personale, professionale e organizzativo, cioè della struttura per la quale lavora.
  2. Esaurimento: il professionista sente di dover risolvere in ogni caso tutti i problemi che gli si presentano, si sente in difetto ove fallisca e va esaurendo le proprie risorse psichiche, fisiche ed emotive.
  3. Burn-out: emergono cambiamenti psicologici e comportamentali stabili come reazione difensiva all’esaurimento emotivo. La persona “bruciata” non lotta più per “farcela”, ma si ritira in uno stato di prostrazione, rabbia o apatia.

Dunque, i cambiamenti negativi nell’atteggiamento verso se stessi e gli altri, i colleghi, gli utenti, talvolta anche i familiari, sono in realtà un meccanismo di autotutela che serve a limitare, per quanto possibile, i vissuti dolorosi. Questa “soluzione”, però, come tutte le soluzioni patologiche, si paga a caro prezzo, sacrificando le proprie energie psichiche e fisiche, i rapporti interpersonali, gli ideali e gli obiettivi professionali.

Tutte le fasi del burn-out

Nella fase iniziale, abbiamo un eccessivo impegno verso gli obiettivi professionali, con un progressivo esaurimento delle proprie risorse. Si passa poi ad una riduzione dell’impegno, con un aumento di atteggiamenti rivendicativi, sia al lavoro sia in famiglia.

Successivamente emergono cambiamenti dell’umore, con vissuti depressivi e/o una rabbia intensa nei confronti degli altri e del “sistema”, seguiti dalle fasi del declino e dell’appiattimento: la persona perde la motivazione, non riesce più a concentrarsi, diventa apatica e indifferente, poi vi è un appiattimento progressivo della vita psichica e sociale.

L’organismo produce reazioni psicosomatiche, riconducibili ad una reazione di disadattamento: cefalee, ipertensione, disturbi gastrointestinali, insonnia, maggior consumo di alcool, caffè, tabacco o psicofarmaci. Infine, si giunge alla fase della disperazione, cioè alla perdita di speranza rispetto alla possibilità di cambiare la situazione.

Quali sono le cause?

Per capire cosa causi un burn-out, dobbiamo tenere contro di un complesso intreccio di fattori personali, professionali e organizzativi.

Alcune professioni sono sicuramente più a rischio perché richiedono maggior dispendio di energia e presentano difficoltà e rischi più elevati. Ma molto dipende dalle situazioni specifiche in cui i singoli operatori svolgono la propria attività, dal livello di isolamento professionale e dalla funzionalità della struttura a cui si appartiene.

Le persone maggiormente a rischio di burn-out sono quelle con bassa autostima, senso di inadeguatezza, instabilità emotiva, tendenza all’ossessività ed alla passività. Sono a rischio i perfezionisti, chi nutre aspettative irrealistiche su se stesso e sul proprio lavoro, gli autoritari e i maniaci del controllo, chi ha motivazioni inadeguate rispetto alla propria scelta professionale o ambizioni eccessive. Sono a rischio le persone dipendenti dagli altri, impulsive, ostili ed aggressive, eccessivamente scrupolose e zelanti. Sono a rischio gli ansiosi, chi tende a isolarsi, gli eccessivamente dediti al lavoro e chi ha una vita privata insoddisfacente. Sono a rischio le persone con una “mentalità da missionario”, con il desiderio di cambiare il mondo, e quelle soggette alla logica del potere, con il bisogno di porsi come una “grande madre” sempre accogliente o un “grande padre” onnipotente.

Quando cercare aiuto

Bisogna assolutamente cercare aiuto quando si presentano una combinazione di questi segni e sintomi: alta resistenza ad andare al lavoro ogni mattina, sensazione che la giornata non passi mai, senso di stanchezza ed esaurimento, sensazione di fallimento, rabbia e risentimento, disistima e senso di colpa, isolamento e ritiro, negativismo e immobilismo, preoccupazioni eccessive, alto assenteismo.

Possono essere segnali di burn-out anche frequenti malanni, mal di testa, disturbi psicosomatici, insonnia, abuso di farmaci, conflitti coniugali e familiari, sospettosità o tendenza alla paranoia.

Dobbiamo altresì alzare la guardia quando ci scopriamo a seguire schemi di pensiero rigidi e procedure sempre più standardizzate, a evitare il confronto con i colleghi e a rifiutare ogni novità o cambiamento.

Nelle professioni di aiuto, bisogna stare molto attenti quando subentrano: incapacità di concentrarsi ed ascoltare, perdita di sentimenti positivi verso gli utenti, con disinteresse, cinismo o una loro colpevolizzazione, tendenza a rimandare i contatti, respingendo telefonate e visite.

Come risolvere una situazione di burn-out?

L’alternativa al burn-out è quella di prendere coscienza delle proprie aspettative, consce ed inconsce, sulla vita professionale, elaborare il “lutto dell’onnipotenza”, cioè accettare di non poter fare fronte a tutto, nonostante le migliori intenzioni, quindi ristrutturare i propri obiettivi in maniera più realistica e riprogrammare l’attività lavorativa in funzione delle reali risorse disponibili.

Questo non è facile perché le aspettative disfunzionali su se stessi e il proprio lavoro, con tutte le loro implicazioni, sono per lo più inconsce, dunque il primo passo è quello di prenderne consapevolezza. Solo a questo punto si possono modificare, in concreto, i modelli di pensiero e di comportamento disadattavi, che alimentano il circolo vizioso del burn-out.

 

Bibliografia

Pellegrino F. (2000), La sindrome del burn-out, Centro Scientifico Editore, Torino.