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Oltre il divano

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Mio figlio è iperattivo: come posso aiutarlo?

Bambini iperattivi e disattenti fanno disperare e preoccupare genitori e insegnanti. Cosa c’è dietro al loro comportamento? E, soprattutto, come possiamo aiutarli?

Non c’è niente di male, per un bambino, nel fatto di essere vivace, amare i giochi “movimentati” e fare ogni tanto arrabbiare mamma e papà. I bambini non sono robottini ubbidienti, che fanno e dicono sempre la cosa giusta e non disturbano i grandi.

L’iperattività, però, è qualcosa di molto diverso: il movimento del bambino non esprime vivacità, gioia di vivere, ma un’inquietudine, un disagio interiore. A riprova di questo, c’è il sentimento di fastidio, perfino di rabbia, che questi bambini provocano non solo agli adulti, ma anche ai loro coetanei, perché non si sanno comportare in maniera opportuna e con i loro atteggiamenti inappropriati trasmettono e mettono negli altri il proprio malessere interno.

Quando ci viene portato a studio un bambino “iperattivo” noi professionisti della salute mentale dobbiamo interrogarci subito su una questione fondamentale: cosa sta accadendo nel mondo interno di questo bambino? Perché non riesce a stare fermo e la sua mente non è abbastanza libera da potersi focalizzare e concentrare?

Frequentemente questi bambini ci vengono presentati con una ipotesi di “disturbo da deficit d’attenzione e iperattività”, avanzata da altri professionisti, o suggerita dagli insegnanti o dai genitori stessi, che si sono informati e hanno cercato una spiegazione plausibile ai problemi del bimbo.

Questi genitori arrivano nel nostro studio spesso stremati, in grande difficoltà, dopo molto tempo che combattono con le problematiche di comportamento del figlio e con la propria difficoltà a gestirlo, senza sapere più dove sbattere la testa.

Il disturbo da deficit d’attenzione/iperattività

Questo disturbo, siglato ADHD, a livello di Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, è valutato su un gruppo di sintomi che interferiscono significativamente sul funzionamento e sullo sviluppo del bambino.

Sintomi di disattenzione:

SPESSO

  1. non riesce a prestare attenzione ai particolari o commette errori di distrazione nei compiti scolastici o in altre attività (es. trascura o omette i dettagli, il lavoro non è accurato);
  2. ha difficoltà a mantenere l’attenzione sui compiti o sulle attività di gioco (es. difficoltà a rimanere concentrato durante una lezione, una conversazione o una lunga lettura);
  3. non sembra ascoltare quando gli si parla direttamente, la mente sua sembra altrove, anche in assenza di distrazioni evidenti;
  4. non segue le istruzioni e non porta a termine i compiti scolastici, le incombenze o i doveri (es. inizia i compiti ma perde rapidamente la concentrazione e si distrae facilmente);
  5. ha difficoltà a organizzarsi nei compiti e nelle attività (es. difficoltà nel gestire compiti sequenziali e nel tenere in ordine materiali e oggetti, lavoro disordinato e disorganizzato, gestione del tempo inadeguata, non riesce a rispettare le scadenze);
  6. evita, prova avversione o è riluttante a impegnarsi in compiti che richiedono uno sforzo mentale protratto (ad es. i compiti scolastici);
  7. perde gli oggetti necessari per il compiti e le attività (es. materiale scolastico, matite, libri o altri strumenti);
  8. è facilmente distratto da stimoli esterni o pensieri incongrui;
  9. è sbadato nelle attività quotidiane (es. mettere a posto, sbrigare piccole faccende).

Sintomi di iperattività/impulsività:

SPESSO

  1. agita o batte mani e piedi e si dimena sulla sedia;
  2. lascia il proprio posto in situazioni in cui si dovrebbe rimanere seduti, come in classe;
  3. scorrazza o salta in situazioni in cui risulta inappropriato, oppure si mostra irrequieto;
  4. è incapace di giocare o svolgere attività ricreative tranquillamente;
  5. appare irrequieto, “sotto pressione”, agisce come se fosse “azionato da un motore”, è incapace di rimanere fermo;
  6. parla troppo;
  7. “spara” una risposta prima che la domanda sia stata completata, completa le frasi degli altri o non riesce ad attendere il momento giusto per parlare;
  8. ha difficoltà ad aspettare il proprio turno, ad esempio in fila;
  9. interrompe gli altri o è invadente nei loro confronti (es. interrompe conversazioni, giochi o attività, usa le cose degli altri senza chiedere o ricevere il permesso).

Un problema di diagnosi

La diagnosi in età evolutiva è sempre una questione delicata: non bisogna mai prendere in considerazione solo il piano dei comportamenti o dei sintomi manifesti, ma sempre guardare più a fondo e inquadrare la problematica nel contesto della storia evolutiva del bambino, del suo funzionamento mentale e di quello familiare.

In relazione all’ADHD, quello della diagnosi è un grande problema, poiché la disattenzione e l’iperattività sono sintomi di varie condizioni cliniche, con caratteristiche e livelli di gravità molto diversi tra loro.

Le diagnosi che ci vengono proposte sono spesso “sbagliate”, oppure corrette su un piano descrittivo (da Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), ma inadeguate sul piano strutturale e funzionale, non rispondendo a interrogativi fondamentali, quali:

  • Qual’è il funzionamento profondo del soggetto, la sua organizzazione di personalità? Questa valutazione, nel caso di un bambino, non può prescindere da quella della personalità dei genitori e del funzionamento familiare.
  • Cosa significano queste particolari manifestazioni sintomatologiche in questo particolare soggetto, in relazione anche al suo contesto? Come impattano sulla sua vita e su quella della famiglia? Come sono gestite dall’ambiente familiare e da quello allargato?

Senza prendere in considerazione in modo molto approfondito questi aspetti, non si dovrebbe nemmeno pensare di fare una diagnosi, né  tantomeno di impostare un trattamento

La spiegazione del disturbo

I modelli neurobiologici e cognitivi, che spiegano il disturbo come un “squilibrio biochimico” insito nel bambino, sono sempre più messi in discussione, oltre che dai modelli psicodinamici e relazionali, anche dalle neuroscienze, che dimostrano come esperienze di vita e struttura e funzionamento cerebrale siano strettamente collegati e interdipendenti.

Per comprendere il comportamento di un bambino dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alla sua storia di sviluppo, all’ambiente familiare, agli aspetti emotivi profondi che interferiscono sul funzionamento cognitivo, oltre che sui comportamenti.

Di fronte ad una diagnosi superficiale, lo è di conseguenza anche il trattamento, con un aggravamento delle problematiche che investono il bambino e la famiglia, nonché alti livelli di confusione e frustrazione.

I sintomi di disattenzione e iperattività sono spesso la manifestazione esterna di difficoltà profonde, che attengono al mondo emotivo del bambino e della sua famiglia.

Come si sviluppa il disturbo

Seppur il disturbo viene tipicamente segnalato alle elementari, o alla fine della scuola materna, quando al bambino sono richieste determinate competenze e comportamenti che non è in grado di mettere in campo, molti genitori riferiscono che già nei primi anni di vita i figli erano irrequieti, sempre in movimento, irritabili o inconsolabili. Possono aver manifestato lievi ritardi nello sviluppo del linguaggio, della motricità e della socialità, anche se non necessariamente.

Tipicamente sono bambini intelligenti e vivaci, ma presentano un umore labile e una bassa tolleranza alla frustrazione. Anche in assenza di disturbi specifici dell’apprendimento, le prestazioni scolastiche sono penalizzate dall’iperattività e dalle difficoltà di attenzione. L’applicarsi in modo inadeguato o mutevole ai compiti che richiedono uno sforzo sostenuto può essere inizialmente interpretato dall’ambiente come pigrizia, irresponsabilità, cattiva volontà.

La segnalazione della problematica è fatta spesso dalla scuola, poiché le insegnanti non sanno come gestire il bambino, che si comporta in modo inappropriato e disturba la classe. Anche i genitori possono rendersi conto che “qualcosa non va”, anche se magari sperano che possa “sistemarsi con la crescita” e spesso richiedono un intervento quando il disturbo è ormai strutturato.

Cosa c’è dietro ai sintomi?

Questi bambini soffrono di un deficit della regolazione emotiva che risulta centrale per spiegare le loro difficoltà di attenzione, apprendimento e comportamento. Di fatto, presentano una struttura psichica inadeguata ed incapace di contenere le emozioni, tollerare le frustrazioni, discriminare gli stimoli interni da quelli esterni, decifrare e gestirle gli stati interni, pensare e riflettere senza essere travolti dall’impulsività.

L’essere sempre in movimento, sia fisicamente che mentalmente, senza mai riuscire a fermarsi, a focalizzarsi, può essere una difesa psichica verso emozioni e pensieri intollerabili, verso angosce che non riescono ad essere contenute ed elaborate sul piano mentale ed all’interno della relazione con le figure di riferimento.

L’emotività non regolata, esplosiva, disorganizza lo stato mentale del bambino, che può apparire confuso, incapace di concentrazione, o manifestare disturbi dell’apprendimento. Questa emotività intollerabile esplode poi sul piano dei comportamenti, con manifestazioni di aggressività e rabbia o crisi apparentemente immotivate, che risultano per i genitori molto difficili e pesanti da gestire.

Le difficoltà dei genitori

I genitori si trovano spesso in difficoltà di fronte alla necessità di dare limiti al figlio. Questa problematica può essere presente fin da quando era piccolo e, con la crescita, diventa sempre più difficile gestire le sue reazioni o la sua aggressività.

In famiglia può esserci un’elevata conflittualità, anche inespressa, tra i coniugi o altri membri, tensioni che perturbano il clima emotivo, trascuratezza o anche abusi fisici o psicologici.

Talvolta, abbiamo un figura paterna assente, fisicamente o mentalmente, a causa del lavoro, della separazione della coppia o di una difficoltà a svolgere il proprio ruolo, ed una figura materna così sprovvista di un adeguato sostegno, soprattutto a livello emotivo, spesso ansiosa e insicura.

Comunque sia, per i genitori è molto difficile gestire questi bambini, spesso si colpevolizzano per il disturbo, o cercano un capro espiatorio all’esterno, nella scuola o negli insegnanti che non capiscono e non sanno “tenere la classe”. Purtroppo, entrambi gli atteggiamenti non aiutano a risolvere il problema, né a comprendere le difficoltà proprie e del bambino.

Come si sente il bambino o l’adolescente

Questi bambini sicuramente soffrono molto, anche se la loro sofferenza può essere celata dietro atteggiamenti provocatori, menefreghisti, da “duri”. Hanno spesso seri problemi di autostima, affossata dal sentirsi sempre inadeguati, continuamente rimproverati da genitori e insegnanti e talvolta emarginati anche dai pari, poiché risultano fastidiosi e fuori luogo. Dentro covano una profonda insicurezza: si sentono non apprezzati, non amati, e nutrono seri dubbi sulle proprie capacità.

Quando un bambino con una bassa stima di sé e una incapacità conclamata nel gestire e regolare le emozioni arriva alle soglie dell’adolescenza, i problemi possono diventare seri: l’adolescenza comporta una crisi, con la necessità tollerare le spinte impulsive, che diventano molto forti, di elaborare i cambiamenti fisici e psichici e di riorganizzare l’immagine di sé.

Anche se crescendo diminuiscono le condotte iperattive, persistono disattenzione, irrequietezza, scarsa pianificazione e impulsività. L’impulsività diventa in questa fase particolarmente problematica, perché può portare a condotte spericolate, abuso di alcol e sostanze, comportamenti antisociali, distruttività rivolta verso se stessi o verso gli altri.

Il disturbo che si autoalimenta e la necessità di un intervento tempestivo

Dietro ai comportamenti disturbanti e provocatori di questi bambini e adolescenti c’è una grande fragilità e un forte bisogno di essere sostenuti nel gestire le emozioni, tollerare le frustrazioni, contenere le angosce. C’è una disperata richiesta d’aiuto, di non essere lasciati soli con la propria confusione interna.

Si crea, invece, un circolo vizioso: il comportamento disturbante del bambino, conseguente alle problematiche emotive, induce nell’ambiente reazioni di insofferenza e rifiuto, che incrementano il disagio interno, la sensazione di essere inadeguato, non amato, e di conseguenza i comportamenti problematici.

La disattenzione/iperattività, non trattata, è purtroppo associata a importanti problematiche, nell’immediato presente o nel futuro: risultati scolatici ridotti, conflitti nei rapporti con gli altri, rifiuto sociale, ansia e disturbi dell’umore, disturbi alimentari, abuso di alcol o sostanze, dipendenze, incidenti, comportamenti antisociali, scarse prestazioni lavorative in età adulta o disoccupazione.

Un intervento tempestivo ed adeguato è fondamentale per un buon esito del disturbo, considerando che prima si interviene più ci sono possibilità di una risoluzione positiva, perché un bambino è un essere in continua trasformazione, e tenendo sempre a mente le conseguenze di un trattamento troppo tardivo o inadeguato.

Per informazioni: contatti.

Bibliografia

American Psychiatric Association (2013), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione (DSM V), Tr. It. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.

Quagliata E., Fondi E., Lombardo M., Fabbro C., Lana N. (2008), Bambini iperattivi e disattenti. Problemi di diagnosi e intervento, Il Pensiero Scientifico Editore, http://it.health.yahoo.net