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Oltre il divano

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C’è da aver paura? La percezione del pericolo ai tempi del Coronavirus

Quanto dobbiamo aver paura dell’epidemia da Coronavirus? Ci sono dei meccanismi che fanno sì che i normali timori e le giuste preoccupazioni si trasformino in panico dilagante e comportamenti irrazionali e dannosi. Vediamo quali sono e cosa possiamo fare per rimanere lucidi.

La paura, anche se non ci piace, è una delle emozioni più preziose a garanzia della nostra sopravvivenza e del nostro benessere, perché ci permette di prevedere e dunque evitare i pericoli. Bisogna però considerare che la percezione del pericolo non è sempre in linea con la minaccia oggettiva legata all’evento temuto. 

La percezione del rischio è molto personale, legata al vissuto soggettivo e alle proprie emozioni, perché noi umani siamo esseri psicologici, emotivi, non computer in grado di calcolare e incrociare i dati in modo puramente oggettivo e statistico.

Le variabili che interferiscono nella percezione del pericolo sono molte: personalità, esperienze di vita, età, status socioeconomico, modalità di fruizione delle informazioni, processi valutativi adottati, stato d’animo del momento, e altre ancora che portano tutti noi, anche i più informati e razionali, a costruirci una visione soggettiva, talvolta molto distorta, della realtà.

Un esempio: le persone tendono ad avere più paura degli incidenti aerei o degli attacchi terroristici che di andare in giro in macchina o del colesterolo, anche se è dimostrato che la probabilità di incorrere in gravi problemi o di morire a causa di incidenti stradali e malattie cardiache è molto, molto più alta.

C’è poi un aspetto legato all’abitudine ed alla sensazione di controllo: stare alla guida della mia macchina, cosa che faccio tutti i giorni e che è in mio pieno controllo, può essere più rassicurante che salire a bordo di un aereo, anche se la macchina è oggettivamente più rischiosa. Anche chi non ha nessun problema con l’aereo, difficilmente avrà paura di salire su una macchina, un’esperienza talmente familiare da farci ignorare i rischi che corriamo.

Il Coronavirus fa molta paura perché è una minaccia nuova, sconosciuta, invisibile, difficilmente controllabile, che si diffonde rapidamente ed ha conseguenze potenzialmente letali (anche se il tasso di mortalità è molto basso e spesso il virus ne è una concausa, non la causa unica). Questo scatena le nostre paure più profonde, ancestrali. Aggiungiamo una generale sfiducia nelle istituzioni, molto presente nel nostro paese, alimentata da divergenze di opinioni all’interno del mondo scientifico, dall’allarmismo dei media e dalle sempre presenti teorie complottiste, e il terrore  è servito.

Il Coronavirus è contagioso, ma relativamente poco pericoloso: su 100 contagiati, almeno secomdo i dati attuali, 80 guariscono spontaneamente, solo il 5% ha problemi gravi e i decessi si registrano generalmente tra persone con uno stato di salute già compromesso (Organizzazione Mondiale della Sanità). 

Di fronte a questi dati oggettivi, perché assistiamo a reazioni di panico dilagante? Una motivazione è che più un rischio suscita terrore (come un virus sconosciuto rispetto ad un incidente domestico), più la sua percezione non dipende da un’analisi obiettiva, ma viene amplificata da fattori emozionali.

Conoscere i meccanismi che amplificano la nostra percezione del pericolo non ci rende immuni dal caderci”, ma abbiamo uno strumento in più per comprendere le reazioni nostre e di chi ci circonda e per cercare di orientare e controllare i nostri pensieri e le nostre emozioni.

Il panico va evitato, perché porta a comportamenti insensati e talvolta pericolosi, che possono fare più danni del pericolo originario, come quando qualcuno urla in un luogo affollato e tutti scappano calpestando gli altri, pur non avendo idea di cosa stia succedendo.

Di fronte a situazioni complesse, che richiedono ragionamenti impegnativi, le persone tendono a prendere “scorciatoie mentali” e a basarsi sulle informazioni di maggior impatto e rilevanza emotiva: per questo un nuovo virus, anche se con basse probabilità di complicanze gravi, fa più paura delle conseguenze dell’inquinamento o del colesterolo alto, molto più importanti ma meno immediate.

Un altro fattore che incide pesantemente sulla percezione del pericolo è il bombardamento mediatico: sentire tutto il giorno notizie e aggiornamenti sull’emergenza Coronavurus, ci porta ad averla sempre in mente ed, in maniera inevitabile, a sovrastimare il rischio legato al contagio e allo sviluppo della malattia.

Non abbiamo esperienza diretta di quello che sta succedendo, dunque possiamo affidarci solo ai mezzi di informazione, che per loro natura tendono ad esporre i fatti in modo sensazionalistico, ricorrendo più al racconto di eventi singoli dal forte impatto emotivo che a dati complessivi inseriti nel loro contesto generale. Non abbiamo la capacità di astrarci dal modo in cui le notizie ci vengono date, poiché è normale ed automatico dare maggiore peso ad alcuni fattori piuttosto che ad altri, in base a come sono presentati.

È molto difficile in questi giorni proteggersi dall’indigestione di notizie, perché per quanto cerchiamo di razionalizzare le informazioni, evitare le fake news, rimanere con i piedi per terra, gli input continui a cui siamo sottoposti scatenano in noi reazioni emotive, legittime, di paura e preoccupazione, che ci impediscono una valutazione della realtà effettiva.

Inizialmente il terrore da Coronavirus ha scatenato in noi la paura degli untori, facilmente identificabili nella popolazione cinese, in maniera illogica, poiché in Italia vivono moltissimi cinesi che non sono mai stati nelle zone di contagio. Questa paura irrazionale, che ha dato spunto a vari episodi discriminatori e razzisti, è oggi sostituta da un panico più dilagante: gli untori siamo noi, dunque si scatenano inutili battaglie nord vs sud, giovani incoscienti vs immunodepressi, chi minimizza vs chi esagera il pericolo, ecc.

In tv e sui social abbondano gli scontri e le polemiche su come ci si dovrebbe o non dovrebbe comportare, su cosa ci dicono e cosa ci tengono nascosto, sul’’adeguatezza o meno delle misure governative, come se discuterne in continuazione e accusarsi reciprocamente potesse risolvere il problema

Gli spunti discriminatori, polemici, persecutori sono in realtà reazioni psicologiche all’angoscia: le persone hanno difficoltà a fare i conti con la paura, il senso di fragilità, l’incertezza sul futuro, e proiettano, cioè mettono fuori di loro, la problematica: sono gli altri il problema, chi si comporta in un certo modo, chi non ha preso le adeguate misure, i governi, la Cina, L’Europa, senza contare che di fronte ad una situazione nuova ed eccezionale come questa nessuno ha la ricetta pronta o la bacchetta magica.

Questa tendenza massiccia alla proiezione è pericolosa perché scatena comportamenti irrazionali, dannosi, oppure impedisce di mettere in atto misure di buon senso e protezione che, per quanto apparentemente banali rispetto all’entità dell’ansia, sono invece molto efficaci: norme igieniche, distanza di sicurezza, evitare i contatti ravvicinati, i luoghi affollati, ecc.

La paura e il panico, inoltre, rendono “egoisti” e in questi giorni vediamo come sia difficile uscire da un’ottica individualistica: io penso questo, io voglio questo, io devo fare quest’altro, mentre si dovrebbe pensare in termini di collettività: come proteggersi dal virus, anche per proteggere i più fragili da una malattia potenzialmente pericolosa per loro? Come evitare di mandare in tilt il sistema sanitario? Come aiutare le autorità, i medici, il personale sanitario a mettere sotto controllo il virus?

Invece assistiamo a scene di panico incontrollato e a comportamenti irrazionali, come assaltare i supermercati e le farmacie, esponendosi tra l’altro al rischio di contagio ed esaurendo le scorte di prodotti utili a chi è malato o ai soggetti più a rischio (mascherine, ecc).

Anche l’atteggiamento opposto, di minimizzare il pericolo, magari perché si è giovani e sani, è dannoso e irresponsabile, perché i contagiati che rimangono relativamente in buona salute sono un pericolo per le persone che invece ammalandosi potrebbero avere gravi complicanze (anziani, immunodepressi, portatori di altre patologie). Tra l’altro sappiamo che i posti negli ospedali non sono infiniti e per questo dobbiamo fare tutti uno sforzo per fermare il contagio.

Non è facile la vita con tutte le restrizioni e le misure cautelative che oggi ci sono imposte, a cui non siamo ovviamente abituati, in più in un clima d’ansia crescente e di paralisi di tutto il paese. Le città deserte, le metropolitane vuote, i supermercati presi d’assalto evocano in tutti noi scenari apocalittici, che aumentano la paura a dismisura.

Ricordiamo però che le misure di contenimento sono pensate non perché siamo sull’orlo della catastrofe, ma nella semplice ottica di fermare la diffusione del virus, in modo da proteggere le persone più a rischio per motivi di età e di salute ed evitare il sovraffollamento delle strutture sanitarie, che porterebbe a non riuscire più a curare adeguatamente gli ammalati, di Coronavirus o di altre patologie.

Bisogna assolutamente evitare il panico, partendo da un’analisi razionale della situazione: informarsi solo su fonti ufficiali (Ministero della Salute, Istituto Superiore di sanità) e condividere solo dati da tali fonti, non fermarsi solo ai titoli, ma leggere con attenzione, diffidare di notizie eccessivamente allarmistiche, evitare la sovraesposizione ai media (tv, internet, social).

Ma è anche importante una riflessione sulle emozioni che l’emergenza sta scatenando in noi, sulla base della nostra personalità, delle nostre esperienze di vita e della nostra condizione attuale. Cosa significa per noi questa crisi?

Sono tanti i fattori in gioco: pregresse esperienze di malattia o vissuti traumatici, tendenze ipocondriache, stati ansiosi, l’impatto delle misure di contenimento e dell’isolamento, il senso di smarrimento legato all’interruzione delle abitudini quotidiane, il carico emotivo legato alla gestione delle nuove esigenze familiari, le preoccupazioni economiche e lavorative, ecc.

È fondamentale diventare consapevoli delle nostre reazioni e delle nostre emozioni: percepire la paura, lo smarrimento, senza negarli, comprendere perché ci sentiamo così e come arginare l’angoscia, per evitare uno stato di allarme e stress costanti che, tra le altre cose, abbassa le difese immunitarie del nostro organismo, oltre a compromettere il nostro benessere psicologico, le nostre relazioni, il nostro funzionamento quotidiano.

Se provare una certa paura è normale e funzionale, perché permette di mettere in atto tutte le precauzioni necessarie in questo momento, se si sperimentano stati prolungati di disagio, ansia o panico ci si può rivolgere con fiducia ad uno psicologo, che saprà come fornire sostegno ed aiuto, anche tramite i mezzi tecnologici a nostra disposizione (cellulare, pc), in modo da garantire la necessaria vicinanza, ma alla giusta distanza!

Leggi anche: Coronavirus: come gestire l’emergenza senza andare in panico

Il Coronavirus e la nostra mente: le conseguenze psicologiche dell’emergenza sanitaria

Come sopravvivere alla quarantena senza impazzire

Bibliografia

Consiglio Nazionale Ordine Psicologi (2020), Vademecum psicologico Coronavirus per i cittadini, www.psy.it

Ministero della Salute, www.salute.gov.it/nuovocoronavirus